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Isola d'Elba, luglio 2010

Scritto da: upthehill in Nessuna Categoria  on

Riferimenti: "L'isola d'Elba" su Wikipedia, "Napoleone" su Wikipedia, "Il monte Calamita" su Wikipedia, "La villa di San Martino" su Wikipedia, "Musei dell'isola d'Elba", "Cruising Club Svizzero"

Ci eravamo stati nel settembre del 1988, con Stefano nel pancione. Ricordo di tregenda traghettistica, con due ore di coda a Piombino sotto la stecca del sole. L'avevo rivista nel maggio del 2006, quando con il "Cruising Club Svizzero" (CCS) avevo fatto una crociera in barca a vela di una settimana nell'arcipelago toscano. Mi era piaciuta entrambe le volte, ma il ricordo del traghetto... Quest'anno ho preso il coraggio a due mani, e ho proposto a Rita di tornarci. E' andata decisamente meglio, anzi, direi alla perfezione, almeno dal punto di vista del traghetto.

Non sto ad annoiarti con descrizioni antologiche di questa isola che trovo bellissima. Terra di minerali ed escursioni, tra cui la Grande Traversata Elbana (è in carnet), buona parte del suo territorio è inclusa nel parco dell'arcipelago toscano. L'idea tra l'altro, era di andare a zonzo al mattino, e abbronzarsi al pomeriggio. Povero illuso: temperature dantesche con livelli di umidità piuttosto elevati ci hanno sconsigliato immediatamente di mettere gli scarponi, pena un colpo di calore di quelli tosti.

L'isola offre diverse chiavi di lettura per una visita: quella turistica in primo luogo, con golfi e callette deliiosi, ma anche grastronomiche, storiche, culturali e minerarie. Alcuni centri posti "in alto" (il monte più alto, il Capanne, ha una quota di 1'018 metri sul livello del mare) come Marciana, Poggio, Campo, Capoliveri fanno da punto di aggregazione per le località marine. Nel 2006 avevo visitato unicamente le località a mare (Marciana Marina, la baia della Biodola, Portoferrario e Portoazzurro), così ho proposto a Rita di puntare sull'entroterra.

La prima visita è stata quella al borgo di Portoferrario. Dominano le grandi mura della fortezza dei De' Medici, che assieme al Giglio avevano in quest'isola uno dei loro bastioni. E su, vicino al faro, una delle due residenze di Napoleone durante l'esilio di circa 11 mesi. Arrivando la prima vista è quella del porto turistico, con le vecchie case affacciate sullo specchio d'acqua, e l'abitato che sale gradualmente verso il poggio del faro.

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Nel porto, barche di tutti i tipi, dalle piccole a vela per un'uscita di una giornata, ai panfili da trenta metri. Ogni sera, quando ci siamo andati per la passeggiatina (ma che borghesotti...) quelle a vela me le sono mangiate tutte con gli occhi. L'abitato si sviluppa a strati paralleli, salendo progressivamente. Sotto il sole battente di luglio, percorriamo le stradine.

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Ce la prendiamo comoda, e infiliamo il naso in ogni dove. La biblioteca (probabilmente un ex-convento).

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Il faro.

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Macchie di colore: sono buganvillee, che da noi restano nane, ma che qui vegetano in modo incredibile.

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Al culmine, un vecchio quartiere (bisogna pagare per visitarlo) che offre la vista quasi a 360°.

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Ed ecco uno dei due musei creati nelle abitazioni di Napoleone.

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Terminato in alto, ci riportiamo a livello del mare. Nel viottolo dell'Amore, un'insegna attrae la mia attenzione.

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Prendo Rita, passiamo l'androne, e ci ritroviamo in un piccolo angolo di paradiso. Bar sotto il pergolato, mini spiaggia sotto di noi, niente rumori se non la risacca del mare. Unico problema, il pessimo tempismo: il bar è chiuso (ha orari d'apertura tipo gli uffici).

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Se passi di li, vai a berti un caffé o una birra. E' aperto al pubblico, ne vale veramente la pena. Terminiamo il giro salendo verso i bastioni, ma sono le 13:30, e fa troppo caldo per resistere all'aperto, così battiamo in ritirata. Prima di giungere all'auto, uno splendore bialbero che mi fa sognare di lunghi viaggi...

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Due giorni dopo ci rechiamo alla residenza principale di Napoleone. Si tratta di due edifici, uno adibito allora a zona di ricevimento, con teatro e grandi saloni, e di un secondo, posto più in alto, che era il domicilio vero e proprio di Napoleone. Il tutto si trova a San Martino, a pochi chilometri da Portoferrario.

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Gli inglesi, la prima volta furono molto gentili con Napoleone, e lo mandarono all'Elba, praticamente nel giardino di casa. Vi arrivò nell'aprile del 1814. Le comunicazioni con la Francia erano veloci da qui (diciamo un due giorni di navigazione, forse meno), e Napo tenne contatti serrati con i suoi amici in patria. Nel marzo del 1815 rientrò, ebbe i suoi 100 giorni, e fu sconfitto nuovamente. Gli inglesi avevano capito l'antifona, e la seconda volta lo inviarono nell'isola di Sant'Elena, a distanza di sicurezza...

I due edifici sono stati trasformati in museo. Quello sottostante, al momento in cui l'abbiamo visitato, conteneva una galleria dei dipinti di Charlotte Buonaparte, nipote di Napoleone (figlia del fratello Giuseppe). Le sale si presentano con il tipico stile Impero, asciutto, sobrio e grandioso nello stesso tempo.

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Buona parte dell'edifico non è agibile (teatro e altri locali). Personalmente ho trovato un po' caro il costo del biglietto per quanto presentato, ma tant'è... La ragazza ci sapeva fare, e diverse delle sue tele e disegni mi sono piaciuti assai (non sono uno specialista d'arte, vado a pelle).

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Chiaramente ho dovuto combattere con il riflesso del flash sui vetri delle cornici, ma sto iniziando ad imparare.

Usciti dalla mostra si sale accedendo ad una prima terrazza, che offre già una bella vista verso Portoferraio.

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Una seconda serie di scale porta alla residenza. Nella stessa vi è ben poco di Napoleone: la maggior parte dei pezzi esposti sono stati prodotti successivamente, con lo stile Impero, e per questo inclusi. In tutto vi sono unicamente sette locali, il più grande la sala egizia, che fungeva da sala da pranzo.

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Ai muri dipinti di tendaggi "trompe-oïl". E il letto di Napo: veramente corto, doveva essere proprio piccolino...

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Trovi le altre stanze nell'album fotografico. E dalla terrazza, lo sguardo malinconico del terremoto francese, verso il mare.

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L'ultima visita l'abbiamo fatta Capolìveri (accento sulla "i"). E' un bel borgo, una volta sede di minatori che lavoravano in particolare al monte Calamica (un nome, un programma). Tra l'altro, se guardi le carte nautiche della zona, potrai notare che in prossimità dell'isola d'Elba la declinazione magnetica è abbastanza importante. Tra ematite, pirite e materiali vari di ferro, ce n'è abbastanza per far perdere la bussola a qualsiasi navigante.

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Il borgo ha una forma di mezzaluna, e offre la vista su Portoazzurro. Lungo le vie, nei punti strategici, residuati delle miniere, come questi carrelli per il trasporto del materiale.

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Ma ci sono anche sonde per il carotaggio, pompe per evacuare l'acqua, e tanto altro. I vicoli sono abbastanza stretti, con le botteghe che si affacciano direttamente sulla via.

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Diverse piazzette fanno da centro di aggregazione della vita comunitaria.

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Inutile che ti dica che il tutto è piuttosto turisticizzato... Bella la chiesa, sobria, con un organo degno di nota. Diverse statue, e un lavoro su vetro: senza flash, 1.2 secondi di esposizione, e non è mossa: non ho il Parkinson :-)

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E piccola chicca, un museo dell'arte mineraria: due locali con esposti pezzi di forgia per i ricambi dei macchinari, e tele imperniate sul tema del lavoro del minatore. Il tutto in dimensioni lillipuziane.

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Ingresso gratuito... La zona sottostante, degradando verso il mare, è soggetta a edificazione intensiva, e sta perdendo l'unità architettonica ed urbanistica della zona originale. Non proprio un bello spettacolo. Restano però scorci di mare, e grida di gabbiano, che ti fanno perdere il cuore come a Legolas.

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E bevendo una bibita fresca, l'invidia per questa cactacea, che abbiamo a casa anche noi, ma con 20 centimetri di circonferenza.

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Clicka qui se vuoi vedere tutte le foto (non che ci sia qualcosa di speciale).

E se vuoi camminare con me, vienimi a trovare.


Quando la guida non guida

Scritto da: admin in viaggio in Italiaracconti on

QUANDO LA GUIDA NON GUIDA

Di Valerie Fortney

Il libro resta sulla scaffale. E' ancora nuovo e scarsamente letto. Non so perché non l'ho buttato nella spazzatura. E' chiaro che non lo leggerò mai fino in fondo.

Me l'aveva regalato mia cugina- una guida turistica - quando stavamo facendo il nostro programma per visitare i paesi della nostra gente in Basilicata. Il titolo ci sembrava buono - La baia di Napoli e il sud d'Italia. Trovare guide turistiche che coprono il Mezzogiorno -manca la costiera amalfitana- nella lingua inglese è quasi impossibile. A dire la verità e' stato un po' difficile trovare un libro-guida anche in italiano. La Basilicata poi è forse la regione più sconosciuta.

Quando l'ho ricevuto, l'ho aperto e ho cercato il capitolo dedicato alla Basilicata. Soltanto dodici pagine sono dedicate a quella regione in questo libro di trecento...

Ho letto il primo paragrafo e poi l'ho chiuso sbattendo le copertine. Sapevo che non mi sarebbe servito per il nostro viaggio. Era scritto che la Basilicata è la regione meno accogliente d'Italia. Con quella frase mi faceva rabbia. Nonostante le informazioni sui luoghi e la storia erano scarse, e nonostante che il tono era di biasimo, era quella prima frase che mi faceva rabbia perché non credo sia possibile andare nella Basilicata e non trovare ospitalità. Nella nostra esperienza i lucani preferirebbero tagliarsi un braccio che sembrare inospitali. Tante sono le persone che mi dicevano che "quaggiù l'ospitalità è sacra".

Primo di ricevere quel libro avevo già viaggiato nella Lucania un paio di volte per ricercare le origini della mia famiglia e ho scoperto che ho dei parenti in un paese vicino Potenza. Cercavo di scoprire altri posti al di là dei miei paesi ma ho capito subito che questa guida non mi guidava da nessuna parte. Sapevo con certezza che l'autore non aveva vissuto la Basilicata come l'avevo già vissuta io. Mi pare che lui, come Cristo, si era fermato ad Eboli.

Siamo stranieri ma dal nostro primo viaggio ci siamo trovati a casa fra i lucani. Ci hanno accolto nelle loro case, ci hanno offerto l'amicizia, il vino fatto dalle loro mani, e ci hanno fatto mangiare come non abbiamo mai mangiato prima. Persone sconosciute ci hanno offerto un caffè e una chiacchierata. Ci hanno quasi preso per mano per guidarci nella giusta direzione. Non potrei mai dire che la Basilicata è la ragione meno accogliente. Questo tipo di benvenuto non l'abbiamo ricevuto né nella Toscana né in Umbria e neanche nelle altre zone turistiche.

Forse l'autore stava parlando del territorio come inospitale, ma non ci credo. A volte il paesaggio è di pietra, crudo e quasi primitivo, magari anche duro. I crinali verso Aliano sono lunari e strani. E' poco abitato. Ma in tutte le parte il paesaggio è interessante e prende una bellezza solitaria e naturale. Dalla piana di Puglia alle colline coperte di grano fino ad alta montagna è vario e bello. Il mio spirito sale con l'altitudine. I panorami comprendono valli e fiumi e montagne pure e incontaminate. Ci sono profondi boschi e colline segnate dei vigneti. La Basilicata è rocciosa, ripida, dolce, pacifica, desolata e affascinante tutta insieme.
Lì le farfalle ballano nel sole brillante e le aquile ed i falchi badano il cielo. Ed i lucani continuano ad accogliere i viaggiatori con attenzione e affetto.

Ho abbandonato la guida nella Basilicata in un cassetto, e ho steso una mappa personale di questa regione fatta di incontri, emozioni e una meraviglia costante, che mi sorprendeva a ogni tornante della strada.


 

SHERLOCK HOLMES SUL CONERO (terza parte)

 Scarica il racconto completo

Di Loredana Montilla 

Intorno al 1810, per meglio controllare l'Adriatico e il Mediterraneo, Napoleone Bonaparte diede disposizione a Eugenio di Beauharnais, viceré d'Italia, di costruire nella baia di Portonovo un forte protetto da vari bastioni, con una caserma interna per un presidio di circa 600 uomini. Edificato, sembra, utilizzando parte delle pietre dell'antico monastero adiacente a Santa Maria di Portonovo il Fortino costituisce un esempio classico di architettura militare francese, ripreso però dai disegni di Francesco di Giorgio Martini e forse anche da opere militari di Leonardo da Vinci.

 

Hotel fortino napoleonico


Da pochi anni nel mese di maggio si svolge una rievocazione storica in costume del tentato sbarco da parte delle truppe inglesi nel 1811, respinte dai soldati francesi, con tanto battaglia a colpi di cannoni e armi da fuoco, la ricostruzione di un ospedale da campo e la distribuzione del "rancio del soldato.

Trasformato in albergo nel 1969 dopo imponenti restauri, ma con pieno rispetto delle strutture originarie, il "Fortino Napoleonico" è oggi uno degli hotel più suggestivi e romantici della costa adriatica.
Una delle suite dell'Hotel Fortino Napoleonico


Sherlock Holmes, protagonista di questa spy-story ambientata nella provincia di Ancona, si trova al centro di vicende e incontri tutti storicamente credibili, descritti con ironia da Joyce Lussu in uno dei suoi testi più atipici e singolari. Nel finale del libro l'investigatore aiuta un vecchio anarchico ad introdursi nelle gallerie del Monte Conero, pronto a sacrificare la vita per distruggere le torpedini nemiche. Ma in un inutile e ridicolo duello tra due diplomatici tedeschi un ragazzo che li aveva aiutati perderà la vita per un colpo di pistola deviato da un albero. Holmes, deluso da questa giovane vita inutilmente spezzata, ripartirà tristemente alla volta dell'Inghilterra. In un mese il libro era pronto e questo insolito "caso" del famoso detective, che diventa paladino pacifista, sarà l'ultima delle narrazioni della scrittrice, contagiata come altri dalle atmosfere della "provincia" italiana, dove sembra non succedere mai nulla, scelta spesso per suggestive ambientazione di racconti e romanzi.
(fine)


Sherlock Holmes, anarchici e siluri, Il lavoro editoriale 1982, Robin edizioni 2000


 

SHERLOCK HOLMES SUL CONERO  seconda  parte

di Loredana Montilla

Istituito nel 1987 il Parco Regionale è un'oasi ambientale nata attorno al Monte Conero, 572 metri di macchia mediterranea a picco sul mare, area protetta in cui è possibile passeggiare nei sentieri che si snodano fra i boschi, osservare il transito di uccelli migratori come il falco pellegrino e i rapaci notturni, e altra fauna selvatica: cinghiali, volpi, ghiri, tassi, lepri e ricci. È possibile anche visitare preziose testimonianze storico-artistiche, come la Torre di Guardia e la chiesetta romanica di Santa Maria nella baia di Portonovo. Numerose sono le aziende agricole in cui degustare e acquistare il pregiato vino rosso e i migliori prodotti della terra: miele, olio, legumi, lavanda. Il Rosso Conero DOC nasce da uve di Montepulciano coltivate esclusivamente sulle dorsali del monte, la cui leggenda più antica ci racconta sia l'ultimo scoglio emerso rimasto dell'antica Adria, una specie di Atlantide che si estendeva fino alla Dalmazia, ora sprofondata. Troviamo traccia di questo vino già all'epoca dei monasteri Benedettini: sui documenti ritrovati i monaci parlano esplicitamente di cure fatte con del "nettare ricavato da un particolare sistema in cui venivano utilizzatele uve coltivate sul Monte Conero". Riferimenti poetici più recenti li troviamo dal recanatese Giacomo Leopardi, che in alcuni suoi scritti meno conosciuti parla del vino e dell'ubriachezza, e fa riferimento ai vini prodotti sulle sue pendici.

 
Veduta del Parco Regionale del Monte Conero

Gioiello del Parco è la baia di Portonovo, dove la macchia mediterranea arriva a toccare l'acqua cristallina del mare. La spiaggia risplende dei bianchi ciottoli di pietra, levigati continuamente dalle onde. Due laghetti salmastri circondati da un fitto canneto di giunchi e canne da palude fanno da rifugio ad un consistente numero di germani reali, gallinelle d'acqua, martin pescatori e tuffetti, oltre a volatili migratori in alcuni periodi dell'anno.


Baia di Portonovo

Prodotto tipico di Portonovo è la cozza selvatica, il mitile che si riproduce naturalmente e vive attaccato agli scogli sommersi della costa del Conero, chiamato in dialetto "Mòsciolo". Negli anni '50-‘60 la cucina di alcune piccole trattorie in riva alla baia ha dato un contributo decisivo alla conoscenza e all'apprezzamento del mollusco, pescato solo da piccole barche con il supporto di subacquei, al fine di regolamentare la pesca indiscriminata.
Da alcuni anni è stato istituito il Presidio Slow Food, anche per evitare la scomparsa del gustosissimo Mòsciolo, ed è stata limitata la raccolta in pochissimi tratti di costa, cercando di mantenere inalterato l'equilibrio tra quantitativo pescato e capacità di riproduzione.
I pescatori amano mangiarli appena pescati, fragranti per il profumo delle alghe e del mare, aperti su una lastra posata sul fuoco, senza alcun condimento, oppure alla marinara: aperti in pentola con aglio, prezzemolo, olio e pepe.

 

Chiesetta di Santa Maria di Portonovo 

Santa Maria di Portonovo è una splendida abbazia romanica edificata dai Benedettini a partire dal 1034, in seguito ad una donazione di alcuni signori del Poggio. Abitata per tre secoli dai monaci, che la ampliarono con un convento oggi distrutto, fu abbandonata per una frana nel 1320. Dopo aver subìto i saccheggi turchi fu restaurata alla fine dell'800 dal Sacconi e riaperta al culto nel 1934. Rifacendosi a versi danteschi alcuni sostengono che ospitò San Pier Damiani, fondatore dell'eremo di Camaldoli. Le linee, sobrie e armoniose, ricordano i modi costruttivi lombardi, mentre la cupola è d'ispirazione bizantina. Dalle finestre delle absidi, rivolte verso il mare, entra la luce del sole nascente che illuminava il canto mattutino dei monaci.

Segue


 ITINERARIO ITALIANO

di Saskia Schumacher

La prima volta che ero a Roma sono rimasta incantata dalla vista sui tetti della città. Me ne sono innamorata nel parco sopra Trastevere, dove si incontrano i sognatori. Da questo momento in poi ho voluto rivivere quell'attimo eterno tra il crepuscolo e le luci notturne. Sono ritornata molte volte. Forse i viaggi più importanti sono quelli che facciamo camminando con la curiosità di scoprire la storia che raccontano le case, i vicoli e i lampioni. Roma è una città le cui strade parlano molto.
Mi ricordo una serata senza tempo. Si era fermato l'orologio per regalarmi una passeggiata tra colonne antiche e iscrizioni romane. Era il giorno della mia partenza che avrei voluto allontanare ancora un po'. In quel giardino di un museo, non lontano dal caos della stazione Termini, ho avuto la strana sensazione di capire per un istante la grandezza dell'umanità attraverso l'eredità culturale di un mondo passato.
Non so se sia questa la felicità, ma penso di sì.

 

 

 

 

 


 

SHERLOCK HOLMES SUL CONERO prima parte

di Loredana Montilla

"Se debbo andare in questa città detta Ancona, in questa regione italiana praticamente sconosciuta al mondo civilizzato che chiamate Marche", disse Sherlock Holmes, "mi occorre un'accurata e attendibile informazione su tutti gli aspetti della vita di quei luoghi, affinché io possa muovermi in maniera adeguata".
Esordisce così il famoso investigatore inglese, protagonista di una insolita avventura nata dalle penna della scrittrice Joyce Lussu, marchigiana con ascendenze inglesi, famosa per il suo impegno nelle lotte politiche e civili. Onorata con la medaglia d'argento al valor militare è morta nel 1998, all'età di 86 anni, dopo aver soggiornato a lungo nelle Marche, lasciando oltre 20 opere scritte sui temi che più l'hanno coinvolta e interessata nella vita.
Nato nel 1887 dalla penna di Arthur Conan Doyle, diventato celebre protagonista di avventure in tutto il mondo attraverso libri, racconti, film, Sherlock Holmes viene inviato nella "marca anconetana" di inizio secolo dal Ministero della guerra britannico, alla ricerca di una fabbrica austro-tedesca di torpedini sottomarine. In un mondo che inizia a respirare le tensioni che pochi anni dopo porteranno al primo conflitto mondiale, Holmes attraversa la regione con il tradizionale aplomb che lo contraddistingue. Forse meno geniale che nelle versioni di Conan Doyle, ma più turista affascinato dalle bellezze naturali, l'investigatore non si ferma solo ad Ancona, ma attraversa varie zone, da Falconara a Loreto, da Recanati a Civitanova, soffermandosi a Porto San Giorgio, "piccolo paese di artigiani e pescatori nelle Marche meridionali".
"Le dirò che il nome di questa città deriva dal greco "Ancon", gomito, e che si trova, se vuole considerare l'Italia come uno stivale, sul punto più alto del polpaccio. È un'antica colonia dorica e il suo porto è stato sempre importante per la navigazione sull'Adriatico. La cattedrale di San Ciriaco è riprodotta in tutti i manuali di storia dell'arte, per le sue caratteristiche di uno stile romanico arricchito da leggere influenze gotiche".
Cattedrale di San Ciriaco, Patrono della città di Ancona
Scenario centrale resta tuttavia il Monte Conero, di cui il protagonista osserva con attenzione tutte le caratteristiche, alla ricerca di un angolo nascosto che possa custodire il terribile segreto da smascherare. I temibili armamenti teutonici vengono infine svelati nella Grotta degli Schiavi, antro realmente esistente, ma la cui bocca fu occultata da una frana nel 1920.

La grotta degli  Schiavi


"Era una grotta naturale, scavata nei fianchi del Conero dalle onde del mare, che ivi è quasi sempre tempestoso, nella quale la luce andava gradatamente perdendosi tra i massi variopinti e tra le pareti tappezzate da muschi e licheni, fecondata da acque stillanti dall'alto, e spesso lascianti tracce ferruginose".
Molti testimoniano la bellezza di questa grotta a cui si poteva accedere con la barca direttamente dal mare. Il nome deriverebbe dall'uso fatto da tale Sabba, ammiraglio dei Saraceni, che sembra la utilizzasse come deposito di smistamento degli schiavi riusciti a raccogliere nelle incursioni sulle sponde dell'Adriatico, in attesa dei riscatti per la liberazione o i ricavi dalla loro vendita. Fu proprio lui, nell' 839 d.C., che distrusse Ancona con tutte le vestigia romane e greche, mettendola a ferro e fuoco e facendo anche in quella occasione molti schiavi; depredò perfino l'arco di Traiano dalle sue statue di metallo. Si narra che le paure terminarono poco tempo dopo, quando una tempesta lo fece naufragare con le sue navi.
Continua ancora il racconto di Sherlock Holmes: "Si cominciavano a vedere le pendici del Monte Conero, coperte di macchia fittissima, di un verde molto più intenso" (...) "Uno degli alberi più diffusi è il corbezzolo, che ha dato il nome a questa montagna: in greco il corbezzolo si chiama "kòmaros".
Detta anche "ciliegio marino" la pianta si dimostra una delle specie mediterranee meglio adatte agli incendi. Infatti sui terreni acidi l'incendio ripetuto favorisce lo sviluppo dell'arbusto, capace di emettere rapidamente da terra nuovi turioni dopo il passaggio del fuoco, imponendosi sulle altre specie. L'alberello sempreverde alto 5-6 metri fiorisce da ottobre a dicembre e fruttifica nell'autunno seguente, con bacche rotonde, morbide, di sapore dolciastro e buccia granulosa di colore giallo fino al rosso scarlatto, secondo la maturità. I frutti possono essere consumati freschi o in confettura e dal corbezzolo si produce anche un ottimo vino rosato e miele.


"Mi dica qualcosa della formazione geologica di questa strana e bellissima montagna, professore", chiese Holmes. "E' vero che nelle sue viscere vi sono immense grotte che non sono ancora state esplorate?"
"E' più che probabile", rispose il professor Paolucci, "data la qualità della roccia e l'inevitabile erosione del mare. Ci sono antiche leggende in proposito.

Una narra come gli specchi ustori di Archimede, dopo la sua uccisione, furono trasportati qui dai suoi discepoli e nascosti nelle grotte del Conero e dei tre colli fra i quali è adagiata Ancona, il Guasco, il Cardeto e l'Astagno, per assicurare a questa colonia dorica una difesa insuperabile per chiunque arrivasse dal mare. Nel Medioevo, il triangolo formato dal Monte Conero, il Monte San Vicino e i Monti Sibillini veniva indicato come luogo privilegiato di sibille e di negromanti, che in queste alture avevano i loro rifugi sotterranei e i loro antri misteriosi.


"Si è sempre anche favoleggiato di grandi mostri marini e di orche che emergono tra le scogliere ai piedi del Conero, e la favole è dura a morire: pensate, Holmes, che poche settimane fa un pescatore mi assicurava di aver visto, in una notte di plenilunio, un immenso squalo uscire da un antro sottomarino e nuotare a pelo d'acqua verso il largo, con l'alta pinna emergente, per poi inabissarsi e sparire".


La spiaggia delle "Due Sorelle"


"Vedrà un paesaggio molto bello. Non il paesaggio drammatico e pittoresco che generalmente attribuiamo all'Italia, con le sue forti tinte e i suoi forti contrasti, tra il selvaggio e l'urbano, cosparso di rovine del passato come un grande museo archeologico. È un paesaggio omogeneo, equilibrato, umanizzato, senza divisioni apparenti di proprietà, come una grande tappezzeria di cui ogni punto è curato per far parte di un insieme. I nostri ricchi pagano somme astronomiche agli  architetti del paesaggio per circondare le loro ville di spazi armoniosi difesi da recinti e cancellate. Ma i contadini marchigiani non hanno bisogno di architetti laureati: sono essi stessi, tutti insieme, architetti di un paesaggio adagiato a perdita d'occhio fra le montagne e il mare, senza soluzione di continuità".

(segue)


 (foto: Turi, chiesa di San Rocco).

L'autunno che fuggiva sul litorale pugliese e nel Salento, dovevo ritrovarlo poco dopo, in una punta sino a Gioia del Colle, a Turi, a Conversano. Dove le viti sono tenute, come si direbbe, in Toscana a Pergola e qui invece si chiamano tendoni: tappeti di pampani a non finire, tesi a mezz'altezza da fili di zinco coi pacchetti a terra, giusto come i tiranti di una tenda da campo, donde il nome.

E qui, allora, fosse la qualità diversa dell'uva, ch'è uva da tavola, fosse il clima già meno marittimo, che non brucia così di colpo le foglie con l'alito salino, erano gialli i pampani, pur senza felicità d'esser gialli, mentre le acacie che costeggiavano la strada sembra che agitassero le foglie quasi pendagli di una lumiera, e quelle foglie erano sulfuree come gli occhi di luce che il sole dissemina nell'ombra dei boschi.

Mi sovveniva allora la curiosa etimologia del nome della Puglia che riferisce, senza crederci troppo, l'umanista Galateo: Apulia perché gli alberi vi si spoglierebbero, prima che altrove, delle foglie. E non è vero, come non è vera questa etimologia soltanto degna di essere ricordata alla pari di quella famosa di "lucus a non lucendo". Anzi, mi pareva che questi alberi riuscissero a mantenere le foglie, come a denti stretti: così quei ciliegi avvinazzati ma chiomatissimi. E tutto aveva per base, quasi per scendiletto, prese lunghe di una cicoria verde e forcuta e i flabelli celestini e crocchianti dei cavolfiori. Era questo un autunno di rivalsa, d'impeto si direbbe, sulla insinuante primavera del giorno prima.

Mi si trovò che era una fanfara troppo chiassosa per Gioia del Colle, uno dei rari paesi smorti, per l'appunto senza gioia della Puglia: a parte quel Castello che sembra fatto di quadrucci di zucchero d'orzo tanto è dorato, implacabile e regolare nei suoi conci. E sarebbe forse il più bello, dopo Castel del Monte, se quei malagurati restauri di fantasia - e che pessima fantasia - non ne avessero fatto una costruzione che sembra inventata anche dove è sincera. [... ]


Si viene via un po' mogi da Gioia del Colle. È a Turi, che s'incontra, poco dopo, un monumento che sembra fatto di carte da gioco. È l'unico, o quasi, in cui un indigeno costruttore, salito di grado, si sia ispirato ai trulli: ma è murato e dei trulli conserva la copertura a scaglie di pietra, e il gusto puntuto, per quanto ridotto prismatico, delle cupole.

È la chiesetta di San Rocco, la quale, se non ostentasse tanto di data scolpita, e una specie di protiro gotico chi sa a quale fluttuante antichità verrebbe di riferirla. Quella data ha tolto un bel giocattolo di mano ai patiti di questi solitari: e pensare che cominciava così bene l'iscrizione. Addirittura sembrerebbe in versi leonini "Anni millennis"... chi s'aspetterebbe allora di trovarci un quingentensis, che scarica il monumento al Cinquecento? E con un latino così bellamente sgrammaticato: c'è un «construi me fecit» che farebbe invidia a Merlino Cocai: e scritto nella pietra.


Turi si risucchia un gorgo di straducole, che arieggia alle più belle città-vecchie di Puglia, e quando s'ha la fortuna d'uscirne - da sotto il solito affannoso, inutile, cadente palazzo avito d'un qualsiasi marchesino Eufemio,  che se ne inpipa stando a Napoli o a Roma -  ci si spalanca davanti un'altra bellissima campagna, più larga, arginata da dighe di ulivi nel fondo: e il cielo che si lacera d'azzurri, ci mette di suo certi fiati chiari qua e là, che non sono raggi di sole, eppure danno un'aria al paesaggio tanto vicina a Ruisdael quanto lontana dall'Olanda.

Finche all'orizzonte s'alza la groppa di Conversano: una groppa bianca e grigia, come d'un asino albino.
"La Puglia non è piana - sentenziò Elisa, che si era svegliata - è come una gobba senza gobba".
E non aveva torto, perché non c'è mai, in Puglia , l'inerzia del piano livellato, del filo teso all'orizzonte come per un salto in alto. Il piano della Puglia sembra compresso dai secoli, spianato dal peso della massa d'aria, immensa, che ci sta sopra."E così rimane pigramente ondulato, con qualche escrescenza carnosa: ma allora con su, subito, un castello, una città bianca asserragliata in tondo. Così era Conversano, e il castello, felicemente manomesso nei secoli, riappariva qua e là dalla case che c'erano fungate sopra. Sicchè bisogno farne il giro, per rendersene conto.

Questo giro ci condusse naturalmente alla Cattedrale, ahimè per tre quarti "antichizzata" in finto gotico dopo l'incendio. [...]

Ma il resto della città vecchia di Conversano conserva come una costituzione dotale di bellezze riposte e caserecce, per nulla vistose, dunque, ma così amabili ed incontrarsi lungo i tortuosi, stretti e luminosi vicoli, liberamente intonacati di un bianco che, com'è sulla pietra nuda e grigia, se non ci fosse il sole pugliese apparirebbe livido, o addirittura spettrale.

E al Gregorovious, pedante come sa esserlo un tedesco, quel bianco dava tanta noia. Invece è un bianco squisitamente da deshabillé. Queste casucce sono in camicia da notte e i sentori interni delle case lo confermano. Dice Elisa "sono semplicemente dei vicoli di paese".


Lettera alla tua Terra

Scritto da: admin in viaggio in Italiaracconti on

LETTERA ALLA TUA TERRA

di Saskia Schumacher


Nel cassetto della mia scrivania ho riscoperto da poco una vecchia foto che non sapevo neanche di avere. Ritrae una piccola bambina dai capelli biondi. Più guardo il suo viso più mi diventa estraneo, come se non fosse il mio. E ad un tratto nella mia stanza c'è un odore familiare. Dopo una frazione di secondo sparisce, ma dura quanto basta per farmi ragionare.
A Castel del Rio, in provincia di Bologna, negli anni ‘80, giocavo sul pavimento della cucina mentre la Signora Donattini faceva la pasta fresca. C'era odore di pane nell'aria e la radio rantolava le canzoni popolari. Nel tardo pomeriggio andavo fuori, dove gli anziani chiacchieravano davanti ai loro caffè, seduti su sedie dal telaio in ferro e corde di plastica. In nessun altro paese ho mai visto queste sedie che d'altronde trovo sempre bellissime, forse perché ho una predilezione per le cose lontane nel tempo.

Vent'anni dopo sono a Napoli, in mezzo a una piazza in cui c'è un gruppo di ragazzi travestiti da clown, che camminano su alti trampoli. Adoro ripensare a tali momenti, credo persino che sia grazie a quei ragazzi che posso ancora ridere della realtà. L'umorismo è un intero mondo parallelo, no? Ti fa dimenticare dove vivi. Alzo il bavero della giacca e mi avvio verso uno dei bar. Il caffè mi cava le scarpe, sono abituata a bere il caffè "alla tedesca", quello che viene deriso in Italia perché è una broda lunga. Ho bisogno di molto zucchero e temo che nella tazza ci sia comunque più zucchero che altro. La prima cosa che ho comprato quando mi sono installata a Roma è stata una french press, un bricco a stantuffo. "Il segreto per preparare un caffè eccellente" dicono nella pubblicità, e posso solo aggiungere che è la verità. Mentre filosofeggio sul caffè, improvvisamente mi rendo conto che mi sono servita di uno stereotipo, visto che i tedeschi amano parlare della pizza margherita, del caffè e del sanbittèr, mentre gli italiani criticano quei turisti che si mettono i sandali con i calzini bianchi da tennis.
Nel bar c'è un casino assurdo. Tutti sembrano conoscersi ed è proprio questo che amo del Sud. La gente è incredibile. Se vieni in Germania constaterai che nei bar ognuno si cerca un posto tranquillo dove può leggere il giornale o guardare nel vuoto. Aspetto il giorno in cui mi mancherà quel silenzio, poi ti faccio sapere.

Mi ricordo una serata a casa di amici. Eravamo seduti a tavola e qualcuno mi fece la domanda come la penso sulla politica italiana. Pochi giorni prima, Silvio Berlusconi aveva affermato che gli studenti con le loro manifestazioni nelle università degraderebbero il bene pubblico. Voglio essere sincera, la verità non ha bisogno di fronzoli. A Napoli un tassista mi ha fatto vedere la sua cartella della spazzatura, arrabbiandosi parecchio. Ho letto e proprio in quel momento ho realizzato quanto sia in declino l'Italia. L'Amministrazione rappresenta una delle fondamenta democratiche, e - sembrerà cosa strana - anche una semplice cartella della spazzatura dovrebbe essere soggetta alle regole del diritto pubblico. A quanto pare, qualcuno ha smesso di giustificare i suoi interventi nei diritti dei cittadini e questo qualcuno è nientemeno che lo Stato. Basta leggere la cronaca per capire che molti politici conoscono il reato di concussione non solo da un manuale sulla sensibilizzazione alla corruzione.
La corsa in taxi è stata breve; confesso di aver fatto un pensierino per allungarla scegliendo una nuova destinazione; così avrei potuto avere più tempo per approfondire la conversazione con il conducente, ma alla fine ho desistito e sono scesa dal taxi, perche nemmeno la durata di un viaggio fino a San Pietroburgo sarebbe stato sufficiente a chiarire l'argomento.

Nel frattempo il barista mi ha servito il secondo caffè. Ogni volta giuro a me stessa che sarà l'ultimo. Fuori ha cominciato a piovere e perciò decido di rimanere ancora un attimo. Accanto a me c'è una ragazza con kefiah e chiodo. Dopo un sorriso timido abbiamo iniziato a chiacchierare. Visto che parlo con accento straniero vuole sapere se sono a Napoli per vacanze. Rispondo che abito da poco in Italia e perciò si incuriosisce e comincia a pormi molte domande. Ho però difficoltà a rispondere sinceramente. In Marocco dicono "portare il cuore sulla lingua" quando qualcuno ha l'abitudine di raccontare i suoi affari personali a semisconosciuti. E' stata la rabbia a farmi venire a viverci. E anche l'amore di questo paese.

La Costiera amalfitana non mi ha incantata per nulla quando ci sono stata la prima volta. Ero venuta a fotografare il paesaggio per un libro di viaggio sull'Italia e tra i punti nell'agenda c'erano una visita delle città lungo la costa e le isole Procida, Ischia e Capri. Affittando una stanza a Sorrento alla fine dell'anno 2006 avevo scansato le migliaia di turisti da cui fuggo proprio volentieri. Per fortuna non si vede nelle foto che faceva un freddo cane. Avevo molto lavoro e poco tempo e perciò cominciavo ogni giorno al mattino presto, avvolta in una sciarpa e con un grande cappuccino. Non sapevo ancora parlare italiano e così ero totalemente inerme di fronte a un conto di diciassette euro e cinquanta che mi hanno fatto pagare per la colazione. Mi si allarga il cuore quando penso al momento che ha compensato quel soggiorno pagato caro. Stavo davanti al banco di un bar a Roma e probabilmente ho pensato ad alta voce se prendere un tiramisù oppure un cappuccino. Non avevo abbastanza soldi nel portafoglio e quindi dovevo fare una scelta. Dopo qualche minuto una donna mi ha servito il tiramisù. Con cappuccino. L'ho avvertita che avevo ordinato solo il tiramisù. Lo so, ha detto sorridendomi, ma è un regalo.
Fotografare può essere un lavoro faticoso. Alla fine di un giorno hai un sacco di rullini sprecati e svilupparli richiede attenzione anche se hai tutto, tranne pazienza. Personalmente adoro la fotografia di uomini in bianco e nero, ma a proposito del libro di viaggio mi era stato chiesto di fotografare l'azzurro del mare, le romantiche case e i giardini pieni di segreti. Il segreto che ho scoperto subito erano gli immondezzai tra le rocce. Dovunque abbia puntato la lente della mia Canon, sempre la sporcizia nell'immagine. Avrei potuto prenderlo alla leggera, ma ricordati che avevo già pagato diciassette euro e cinquanta per una brutta colazione.
Se ci rifletto, l'Italia ha fatto veramente molto per evitare che me ne innamorassi.

Ha smesso di piovere. Esco dal bar e cammino verso i vicoli stretti dei Quartieri Spagnoli. Napoli rammenta un romanzo di Gabriel García Márquez. Il rombo di questa città, la luce del sole tra i vecchi palazzi e la passione della musica napoletana che si sente vibrare nell'aria.
O la si ama o la si odia, è una delle frasi famose su Napoli che ho sentito innumerevoli volte, tanto dagli italiani quanto dai tedeschi. Io la amo alla follia. Ma..
Dato che preferisco perdermi, non consulto mai una carta stradale; se ho bisogno di aiuto, chiedo alla gente. Forse per questo conosco soprattutto gli angoli bui delle città in cui sono stata finora nella mia vita. Le strade ti portano dovunque, anche nelle realtà in cui la magia non esiste affatto. Ormai sono passati oltre dieci anni dal mio primo soggiorno a Napoli, anni in cui niente è cambiato. Seguo il degrado e spero che verrà quel cambiamento. Ma quando? Mi siedo sul pianerottolo davanti a una casa e guardo la gente che strilla dai balconi.
Un po' di tempo fa, durante un viaggio da Milano a Napoli, una settentrionale aveva cercato di spiegarmi perché la figlia avrebbe commesso l'errore della sua vita sposando un ragazzo del Sud. Non ho mica capito il suo ragionamento. Ogni volta che prendo il treno la gente nello scompartimento mi racconta la sua vita, senza tralasciare nemmeno il licenziamento, il divorzio e i debiti per la casa. Come mai attiro sempre i rompicoglioni?
Con la sensibilità di una sega circolare la signora di fronte a me parlava delle differenze tra Nord e Sud e la sua ostilità la si poteva intuire dietro ogni parola. Ricordo benissimo quanto fossi felice nel momento in cui mi ha accolta il caldo afoso alla stazione centrale a Napoli.

Di sera, quando la nostalgia mi prende perché sono sola in una città straniera, penso alle parole di Ernst Jünger. "Per lunghi tratti della mia vita ho vissuto nei libri piuttosto che nelle case o negli Stati. I Libri hanno il vantaggio degli appartamenti di perfetto comfort trasportabili. Così eliminano altri viaggi e appartamenti meno piacevoli". Ora mi trovo all'inizio di un nuovo viaggio la cui destinazione non conosco ancora. Scelgo i libri che saranno la mia casa e guardo ancora una volta la foto che ritrae la piccola bambina dai capelli biondi. Invece di riporla nel cassetto della mia scrivania, la metto in uno dei libri. Solo adesso comprendo che l'odore dell'Italia sarà per sempre nella mia vita.


La Cucina Matrioska IV

Scritto da: admin in viaggio in Italiaracconti on

 

 

LA CUCINA MATRIOSKA (ultima parte)

di Simona Morelli

Scarica il racconto completo

Quando arriviamo a casa, è ora di pranzo. So che Simone si è calcolato bene i tempi per arrivare al momento del "piatto a tavola".
Citofono, il tempo delle scale, ed entrando a casa dico: "Che profumino...", perché so che mia mamma ne sarà felice. Mi ha raccontato, qualche anno fa, che da piccola, tornando da scuola, posavo la cartella e, puntualmente, esclamavo: "Che profumino...".
"E quando lo dicevi, Francé, mi si apriva il cuore. Era proprio una soddisfazione per me sentirtelo dire..."
E allora glielo dico, perché mi piace vederla contenta e perché so che cucinare per noi è sempre stato un suo modo speciale di crescerci, di prendersi cura di noi, di assecondare i nostri desideri, di educarci alla cura e alla bellezza. Dietro la nostra famiglia, io lo so, c'è da sempre una simbologia tutta legata al cibo. Ci amiamo anche tramite quello. E' stata la cucina di mia zia, ad accoglierci, dopo l'abbandono della casa in via Silvio Pellico, dopo la partenza di mio padre. E' stata la sua tavola ad ospitare le nostre riunioni di famiglia ad ogni ritorno a casa, a dare un centro ai nostri diversi spostamenti. So anche che forse mio padre pensa a noi tramite la nostra cucina. La volta in cui l'ho sentito parlare dei suoi suoceri, miei nonni materni, con maggiore affetto e nostalgia, si parlava di cozze ripiene, del loro modo di imbottirle di uovo formaggio e pepe al punto di doverle legare con uno spago prima di farle tuffare nel sugo. E penso che in qualche modo io mi sono portata dietro soprattutto questo, il modo di vivere la cucina e il cibo come un modo per comunicare, trasmettere, raccontare.

Se poi dovessi pensare a cosa ho ereditato, in termini tecnici, dalla cucina in cui sono cresciuta... In termini cioè di usi, tecniche, ricette, mezzi, strumenti... riesco a rispondermi solo con una metafora: Il pepe. In casa mia è come il sale, ingrediente di base, che si mette sempre, a prescindere. Mia zia lo mette anche sulla pastasciutta, su alcuni formaggi, in ogni sformato e minestra, anche nell'insalata. Il pepe è un quid da cui, a casa mia, non si può prescindere.
Anche io lo uso spesso, di gusto, ne metto un pizzico nello tsatsiki perché gli dà corpo. Lo uso anche nell'insalata di pomodori e cetrioli. Metto un goccio d'aceto e un pizzico di pepe. Mi hanno fatto notare... "Ma come, il pepe sui pomodori crudi? Ci starà bene?". Si, il pepe nei pomodori ci sta bene, e io l'ho intuito senza neanche chiedermelo.
Perché il pepe è uno strumento che ho capito come usare, ne riconosco il sapore e ne intuisco il valore. So che ai pomodori, unito ai cetrioli e all'aceto, darà un leggerissimo tocco di asprigno e di... vivo. Niente a che vedere con il fresco della cipolla e del basilico, su quello il pepe sarebbe un'aberrazione. Non uso il pepe in maniera deliberata, come a casa mia ho visto fare. Lo uso in maniera personale, ma consapevole. Così è con la cucina da cui sono partita. Non ripeto nella mia tutto quello che lì ho visto fare, ma so esattamente cosa mi darà cosa. Ho acquisito negli anni, per osmosi prima e per partecipazione poi, tecniche e caratteristiche, ricette e modi, usi e accorgimenti. Ho imparato a riprodurre gesti e a riconoscere sapori, odori. A valutare la salatura, la consistenza. E' stato come apprendere un linguaggio: mia mamma e mia zia me l'hanno insegnato, io ho imparato ad usarlo per esprimere me. Ogni tanto, poi, sento il bisogno di ritornare a loro, alla loro cucina, sempre nell'ottica dell'apprendimento di un linguaggio, per me tornare è come ascoltare le favole con cui ho imparato a parlare e ad ascoltare. Perché la mia cucina a Foggia resta il luogo da cui io sono partita, per non ritornare. Ma è lo stesso tempo il posto da cui è partito tutto quello che mi ha portato qui.

 


La Cucina Matrioska III

Scritto da: admin in viaggio in Italiaracconti on

 

 

LA CUCINA MATRIOSKA (III PARTE)

Di Francesca Morelli

Anche con la cialledda, piatto tipico della cucina materana, è successo più o meno lo stesso. E' una sorta di zuppa a freddo, fatta con acqua, arance a pezzettoni, olio, sale, pepe e pane raffermo. Descritta così, può sembrare una brodaglia fredda poco appetitosa, in realtà è un insieme di sapori caratterizzati e abbinati benissimo. Era anche, come ho detto, l'unico piatto che mio padre preparava personalmente. Della cialledda, si è sempre occupato solo lui. E' un piatto tipico di Matera, e ho a lungo creduto che fosse un piatto tipico della cucina povera: per anni me l'hanno detto, per anni mi son detta che era così. Un piatto cucinato con quello che c'era: pane raffermo, olio, arance.
E' stato Vittorini, in questo caso, a farmi capire che dietro la mia idea di cialledda si nascondeva un equivoco, un equivoco comune per cui la definizione di ‘cucina povera' si appioppa spesso troppo a piatti che tutto sono tranne che poveri. Si dovrebbe specificare forse ‘cucina contadina', perché da sempre esistono contadini e contadini. Sicuramente, ai contadini poveri mancavano almeno due o tre ingredienti necessari per preparare la cialledda. E ogni volta che rileggo Conversazione in Sicilia, di Vittorini, nella meravigliosa scena del siciliano con la moglie bambina che mangia arance sul treno, penso all'equivoco della cialledda, e mi sembra un meraviglioso inno al cibo veramente povero che, con ogni probabilità, non prevedeva pane, né olio.

E lui, piccolo siciliano, (...) guardò ai suoi piedi la moglie bambina che sedeva immobile, scura, tutta chiusa, sul sacco, e diventò disperato, e disperatamente, (...) si chinò e sfilò un po' di spago dal paniere, tirò fuori un'arancia, e disperatamente l'offrì, ancora chino sulle gambe piegate, alla moglie e, dopo il rifiuto senza parole di lei, disperatamente fu avvilito con l'arancia in mano, e cominciò a pelarla per sé, a mangiarla lui, ingoiando come se ingoiasse maledizioni.

«Si mangiano a insalata» io dissi «qui da noi».
(...) «Qui da noi?» il siciliano chiese. «A insalata con l'olio?»
«Sì, con l'olio» dissi io. «E uno spicchio d'aglio, e il sale...»
«E col pane?» disse il siciliano.
«Sicuro» io risposi. «Col pane. Ne mangiavo sempre quindici anni fa, ragazzo...»
«Ah, ne mangiavate?» disse il siciliano. «Stavate bene anche allora, voi?»
«Così, così» io risposi.
E soggiunsi: «Mai mangiato arance a insalata, voi?».
«Sì, qualche volta» disse il siciliano. «Ma non sempre c'è l'olio.»
«Già» io dissi. «Non sempre è buona annata... L'olio può costar caro.»
«E non sempre c'è il pane» disse il siciliano. «Se uno non vende le arance non c'è il pane.
E bisogna mangiare le arance... Così, vedete?»
E disperatamente mangiava la sua arancia, bagnate le dita, nel freddo, di succo d'arancia,
guardando ai suoi piedi la moglie bambina che non voleva arance.
«Ma nutriscono molto» dissi io. «Potete vendermene qualcuna?»
Il piccolo siciliano finì d'inghiottire, si pulì le mani nella giacca.
«Davvero?» esclamò. E si chinò sul suo paniere, vi scavò dentro, sotto la tela, mi porse
quattro, cinque, sei arance.
«Ma perché?» io chiesi. «È così difficile vendere le arance?»
«Non si vendono» egli disse. «Nessuno ne vuole.»
Il treno intanto era pronto, allungato dei vagoni che avevano passato il mare.
«All'estero non ne vogliono» continuò il piccolo siciliano. «Come se avessero il tossico.
Le nostre arance. E il padrone ci paga così. Ci dà le arance... E noi non sappiamo che fare.
Nessuno ne vuole. Veniamo a Messina, a piedi, e nessuno ne vuole... Andiamo a vedere se
ne vogliono a Reggio, a Villa San Giovanni, e non ne vogliono... Nessuno ne vuole.»
Squillò la trombetta del capotreno, la locomotiva fischiò.
«Nessuno ne vuole... Andiamo avanti, indietro, paghiamo il viaggio per noi e per loro,
non mangiamo pane, nessuno ne vuole... Nessuno ne vuole.»
Il treno si mosse, saltai a uno sportello.
«Addio, addio!»
«Nessuno ne vuole... Nessuno ne vuole... Come se avessero il tossico... Maledette arance.»

 




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