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La Cucina Matrioska II

Scritto da: admin in viaggio in Italiaracconti on

 

LA CUCINA MATRIOSKA (seconda parte)

di Francesca Morelli 

In generale, io non cucino molti porcini, per vari motivi. Perché non ho boschi in cui raccoglierli a portata di mano, ad esempio, e quelli comprati non riesco a non considerarli una bestemmia. Ma c'è dell'altro, secondo me. Forse è che nei porcini io identifico mia zia, e mangiarli fuori dalla nostra cucina per me è come mangiare verdura fuori stagione, o la pizza all'estero. Quella volta in cui me ne hanno portato due chili a Bologna, però, li ho cucinati per giorni, in tutti i modi che ho ereditato. Li ho fatti crudi con scaglie di grana pepe e prezzemolo, ho fatto i gambi passati nella doppia pastella ("Farina uovo, farina uovo e poi li friggi"), i cappelli arrostiti, li ho sminuzzati nel sugo con la salsiccia per condire la polenta.

L'unica ricetta che non ho riproposto è la tutt'altro che leggera Zuppa di Rifreddo, con pancetta funghi zucchine fagioli e ceci. Pare sia una ricetta potentina. Non so bene come sia arrivata da noi, attraverso quali contatti e passaggi. Perché una cucina, secondo me, è anche questo: la media ponderata di tutto quello che vi è passato attraverso. E così, la cucina in cui sono cresciuta è sempre stata la risultante della nostra storia familiare: il posto in cui il marito greco di mia zia, mio padre materano, i miei nonni baresi trapiantati a Foggia e mio nonno Giovanni trapiantato al nord si sono incontrati, si sono piaciuti e si sono amalgamati.

Ci sono poi alcune ricette, come la Zuppa di Rifreddo che non so bene come siano arrivate da noi; chi è andato a Potenza a rubarla o quale potentino è venuto negli anni a regalarcela: testimoniano però un'altra caratteristica della nostra cucina, l'apertura verso l'esterno, la curiosità, la libertà d'accesso a chiunque chieda di entrarci.

Assorta in questi pensieri, non mi accorgo nemmeno che stiamo scendendo sempre più. Simone ogni tanto mi distrae con la descrizione dettagliata dei desideri gastronomici che spera di soddisfare in questo fine settimana di ritorno. Anche io e lui, in un modo o nell'altro, parliamo di cibo per buona parte del tempo in cui parliamo. Ne parliamo anche se contemporaneamente mangiamo, ogni pasto è un modo buono per riflettere sulla qualità della pietanza e per attivare una serie di link e di libere associazioni che ci portano a fare Amarcord ripensando a questa o a quell'estate, per ricacciare un ricordo che sembrava sepolto sotto i dettagli quotidiani. Per questo qualcuno una volta ci prese in giro: "Con voi a tavola si mangia due volte... Contemporaneamente mangiate e parlate di cibo".


A volte penso che parlare di tavola è un modo tutto nostro per parlare di noi, per coltivare continuità fra la cucina da cui siamo partiti e quella in cui siamo approdati, ognuno a casa sua. Il nostro parlare di cibo, infatti, è sempre un turbine di ricordi, di odori e di immagini che porta con sé la Sicilia, la casa di via Silvio Pellico in cui siamo cresciuti quando c'era nostro padre, la cucina di Zia Assia che ci ha accolto dopo, e la nonna, il ricordo del suo amore tutto marittimo e barese per i frutti di mare, il ricordo di mio nonno e del suo modo di dire "è una cioccolata" per qualunque cosa considerata sopraffina.

"E' una cioccolata", per mio nonno paterno, era il miglior complimento che si potesse fare ad una pietanza, ed era meritata solo quando un piatto metteva insieme tutte le caratteristiche che doveva avere per essere speciale. Oggi, riflettendoci, penso che la sua era una metafora colta magistralmente. Me ne resi conto anni fa, quando visitai con mio padre le cioccolaterie di Modica. Mi resi conto che la lavorazione del cioccolato è un complesso gioco di equilibri, di proporzioni nei sapori, di giusto livello di amalgamazione e di perfezione nel grado di cottura. Dire di un piatto che è una cioccolata significa dire che tutto quello che doveva essere messo al suo posto c'è. Non so se mio nonno Giovanni pensasse a tutto questo, non credo; probabilmente il termine alludeva semplicemente al gusto pieno, alla consistenza corposa. In ogni caso, il suo modo di dire era così espressivo e pieno che ci è rimasto in eredità. A casa nostra, anche dopo la sua morte e l'allontanamento di mio padre dalla nostra cucina, "la cioccolata" è rimasto il metro di misura della riuscita di un piatto.

Simone, stavolta, mentre ci avviciniamo al tavoliere e ci lasciamo alle spalle la sfogliatella e il porcino, mi parla dei maccheroni alla tranese. Io pensando alla tranese sorrido, e m'intenerisco, perché penso a mia mamma che per me lasciava un angolo della teglia senza capperi. Da piccola non mi piacevano, mio padre invece ne andava pazzo, e a tutt'oggi li adora, li metterebbe ovunque. Mia mamma per lui aveva anche studiato una speciale parmigiana di melanzane ai capperi. La tranese invece è un timballo di bucatini al forno, con pomodoro, mozzarella, tantissimo basilico, pangrattato per far gratinare e, soprattutto, capperi. Tantissimi capperi. Non mi sono mai chiesta se i capperi sono un'evoluzione di mia madre o un ingrediente proprio della ricetta.

E penso ancora a mio padre, a come la cucina di mia madre si sia esemplata anche sui suoi gusti. Penso alla cotoletta, con il prezzemolo nella panatura, pasto fisso della domenica fino a che le sue domeniche le ha passate con noi. Penso agli gn'ummridd cazzmarr, gli involtini di interiora e cipolle che si sono praticamente eclissati dalla nostra cucina, perché erano segno della sua presenza. Penso anche alla cialledda, l'unico piatto che lui e solo lui cucinava personalmente. Ci penso ancora di più mentre ci avviciniamo a Foggia e iniziamo a costeggiare le distese di grano che per me, per anni, hanno significato ‘casa'. Ci penso perché la cialledda e Foggia sono origine di un doppio malinteso, che popolano l'immaginario comune e che per anni hanno popolato anche il mio, al punto che ogni volta devo sforzarmi di riconfigurare il mio paesaggio mentale.


Il primo malinteso riguarda Foggia, e il suo nome. Per anni a scuola mi hanno spiegato che deriva da fovea, ‘la fossa', riferito alle fosse granarie del Piano delle fosse, ricchezza principale della mia terra e della sua gente. E allora per anni, guardando i campi di grano, mi sono sentita a casa, mi sono sentita fortunata perché mi è sembrato che ci fossero poche cose più belle di una discendenza diretta dal grano. Quei campi gialli, e d'oro, le spighe, mi sembravano qualcosa di intimamente legato alla mia terra, alla mia gente e di conseguenza a me.


Ho vissuto anni beandomi di questa sensazione di discendenza dalla principale fonte di nutrimento del genere umano, fino a quando un'amica linguista, esperta in toponomastica, ha infranto i miei sogni, macchiando per sempre il mio paesaggio mentale. Senza curarsi dei miei sentimenti, mi ha detto:
"L'associazione alle fosse granarie è sicuramente un fenomeno di ricaratterizzazione semantica, di etimologia popolare per cui si associa il significato di un nome ad un elemento conosciuto.

Nel caso di Foggia, il suo nome è stato legato alle fosse granarie perché immediatamente visibili e ben radicate nell'immaginario degli abitanti... Però, vedi, il Piano delle fosse foggiano risale al XVII secolo, quindi è sicuramente estraneo alla nascita della città e del toponimo. Fovea rimanda più verosimilmente a ‘fossa' intesa come ‘foce, bacino imbrifero'...

E di questo legame di Foggia con la foce, con l'acqua, vi è traccia anche nella leggenda del ritrovamento del tavolo dell'Iconavetere, la ricordi? Quella del contadino che ritrova il tavolo affrescato nello specchio d'acqua da cui si sollevano fiammelle per testimoniare la presenza divina. Hai presente lo stemma di Foggia? Contiene proprio l'acqua, e le fiammelle. E poi a Foggia esiste Piazza del Lago... Insomma, la nascita del nome è da legare a fosse d'acqua, non di grano"


E in un attimo, un intero mondo immaginario è morto dentro di me, un mondo fantastico di grano e discendenza a cui avevo attinto per anni, che scorreva costante fuori dal finestrino di ogni mio ritorno a casa e che mi accompagnava fuori, che continuava a scorrere fuori dal finestrino delle mie associazioni mentali, a cui mi rivolgevo ogni volta che dovevo pensare a casa mia in qualche modo. Pensare all'acqua, non sarebbe la stessa cosa... E l'immagine di grano - discendenza - casa mi ha abbandonato senza che io avessi il tempo di sostituirla adeguatamente

(segue)


La Cucina Matrioska

Scritto da: admin in viaggio in Italiaracconti on

 

 

LA CUCINA MATRIOSKA 

 di  Francesca Morelli

 Il caffè, solo quello. Tanto lo so che a Venafro Simone mi obbligherà alla sosta per mangiare la sfogliatella. Quando racconto a qualcuno di questa nostra immancabile pausa lungo il tragitto da Roma a Foggia, mi preparo a ricevere la stessa obiezione: "La sfogliatella?! Ma scusa... La sfogliatella non la fanno a Napoli?".
Si, certo... La sfogliatella la fanno a Napoli, ma non solo lì per fortuna. E a voler essere pignoli la sfogliatella a Napoli è di casa quasi quanto a Venafro. E' a Conca dei Marini che è nata, il giorno in cui nel convento di Santa Rosa una suora, per non buttare un po' di pasta di semola avanzata, aggiunse frutta secca, zucchero e limoncello, ottenendo così un ripieno, e utilizzò poi un cappuccio di pasta sfoglia per ricoprirlo.
A Napoli ci è arrivata nei primi anni dell' ‘800 grazie a Pintauro, lo storico pasticciere di via Toledo che venne in possesso della ricetta segreta e la trapiantò nel suo laboratorio. Le sfogliatelle di Venafro non hanno niente da invidiare a quelle di Pintauro, o quasi. Anche loro sono oriunde, perfettamente integrate e buonissime. L'unica cosa che gli manca è lo status di dolce tipico che non sempre aggiunge qualità ma per molti è una garanzia. E la sfogliatella di Venafro sicuramente non ha la storia di quella napoletana ma per me la eguaglia e forse addirittura la batte. Quello che la rende migliore, lo so, è la componente emotiva. Il cibo non si valuta principalmente su quello ma è inevitabile che il sentimento, a volte, fa la sua parte. Per me, la sfogliatella di Napoli è una sfogliatella. Quella di Venafro, invece, è un'esperienza: al primo morso, ogni volta, so che sto tornando a casa... e insieme all'essenza di vaniglia e all'aroma di candito sento un sapore strano e indefinibile, che è quello del ritorno.

"Pronto?"
"Francé, sei pronta?"
"Si, stavo facendo il caffè..."
"Francé, dai che facciamo colazione a Venafro..."
"Simona, scusa, ma il caffè mica è colazione... Cinque minuti e sono pronta..."
"E muoviti, che sto arrivando..."

Mio fratello non è propriamente una persona che tiene al rispetto rigoroso degli orari e delle tabelle di marcia, l'importante è che il percorso lo stabilisca lui. Non è puntuale e nemmeno ritardatario. Semplicemente ha i suoi tempi, e in qualche modo calibra su quelli anche gli orologi altrui. Oggi, ad esempio, ha deciso che dobbiamo partire presto, ed è in orario. Ma anche quando siamo assolutamente fuori tempo massimo, lui non rinuncia a prendersi i suoi tempi e a coltivare le sue abitudini. Oltre alla sosta a Venafro, ci tocca puntualmente quella a Boiano. Ce la impone zia Assia e neanche da quella si può prescindere perché La Casa del Porcino si trova solo là.
"Zia, ma poi scusa... sono congelati..."
"Si, sono congelati, va bene... Ma comunque li raccolgono loro"... e non aggiunge altro. Chiude le frasi con dei puntini sospensivi che per lei sono un segno d'interpunzione forte e un silenzio ricco di significato.

Mia zia non è ‘di poche parole', è proprio una persona ‘di silenzio'. Sembra affetta da una strana forma di mutismo ma in realtà è solo ‘diversamente parlante'. Parla attraverso i suoi gesti in cucina, le sue tracce e le sue manie.
Penso a lei attraverso i dettagli che fanno la sua persona, la sua treccia secolare, nera e lunghissima. Il suo dito passato nei recipienti per raccogliere impasti e composti fino all'ultima goccia. Il suo non saper spiegare le ricette a parole, la sua assenza di descrizione verbale. Tutto quello che c'è da dire, sui suoi piatti, si vede. Nelle presentazioni meravigliose, nell'estetica delle sue pietanze. Anche nei colori i suoi piatti sono equilibrati, sempre.

Penso a lei nella capacità di dare il tocco finale, nel modo che ha di dedicarsi con passione ai dettagli. E soprattutto, quando penso a lei non posso fare a meno di pensare ai porcini. La quintessenza della sua cucina, la sua malattia. La cosa che ho sempre trovato divertente è che, a conti fatti, non ne va pazza. Ne mangia pochissimi. Ma non può fare a meno di averne il freezer pieno e di andarne a raccogliere con mia madre tutti gli autunni nella foresta umbra, dalle parti di Bosco Quarto o Bosco San Mario.


Proprio qualche giorno fa mia madre mi ha detto al telefono: "Io gliel'ho detto chiaro e tondo a zia Assia. Voglio andare, quella quindici giorni è la raccolta dei funghi...". Non è che la malattia del porcino abbia principi genetici ereditari, ma zia Assia è riuscita, negli anni, a contagiare mia madre. Quando studiavo a Bologna, qualche anno fa, un giorno mi piombarono in casa con in dotazione due chili di porcini raccolti a mano, tutto quello che un branco di fuorisede non ha mai visto.

Le vidi arrivare, con questa cesta enorme, e per un attimo e forse anche di più mi sentii a casa. Ritrovai, in un colpo solo, mia mamma, mia zia e i porcini: l'anima della nostra cucina.

(Segue)


Sogni d'oro II parte

Scritto da: admin in viaggio in Italiaracconti on

 

SOGNI D'ORO

(seconda parte)

di Simone Ferrelli 

Scarica il racconto completo 

Si prosegue ancora in salita e superata quota 800 metri si tocca un'altra fermata un tempo molto importante, vicino alla vecchia miniera di antracite di San Sebastiano. Ci si dirige verso Seui la cui stazione è tra le più importanti della linea e costituisce un'altra apprezzata destinazione di viaggio. Seui è il più grosso centro del circondario; paese dal tipico aspetto montano, è situato in bella posizione soleggiata sul pendio del Pitzu 'e Serra e domina la vallata di S'Isca. Ha un ben conservato centro storico, dove si trovano anche il Museo della civiltà contadina, delle attività pastorali e minerarie locali e un piccolo e curioso carcere di epoca spagnola, utilizzato fino a pochi decenni fa. Interessanti anche l'esposizione di arredi sacri nel museo ecclesiastico e la pinacoteca nel palazzo comunale. Il territorio di Seui è un luogo ideale per gli escursionisti, con sentieri disegnati sotto strapiombanti torrioni, e attorniati dal verde di querce e castagni, da dove si scorgono impressionanti panorami di rocce frastagliate. Da qui inizia il tratto che deve essere risultato come il più impegnativo per i costruttori della ferrovia: si rimane sugli 800 metri ,ci si addentra nella regione dell’Ogliastra attraverso le montagne del Gennargentu, habitat naturale di mufloni e aquile. Montagne che vengono superate con lunghe gallerie e arditi ponti, tra i quali quello sul Rio San Gerolamo, Su Ponti 'e Irtzioni, sotto il caratteristico profilo dei Tacchi calcarei provvisto di una travata metallica lunga 50 metri, sospesa ad una altezza di 40 metri. Qui si trova un'altra fermata interessante per chi ama la montagna: Niala, in territorio Ussassai.
Si procede nel verde più fitto e poco dopo si raggiunge la stazioncina di questo paese che, distante alcuni chilometri, è disposto sul fianco della piccola valle sottostante. Ussassai è conosciuto per la bontà dei sui frutteti, specializzati soprattutto nella produzione di mele.
Dopo essere passati per il paesaggio lunare della valle di Gairo Taquisara si giunge alla stazione di questo minuscolo borgo, frazione del comune di Gairo Sant'Elena, ad alcuni chilometri di distanza, il cui nucleo abitativo attuale venne realizzato a seguito della evacuazione dal vecchio centro abitato, a causa delle frane determinate dalle eccezionali piogge autunnali tra il 1951 e il 1953.
Da questa stazione partiva anche un altro tratto di linea, una diramazione lunga 9 Km che portava ai paesi affacciati sulla valle del Rio Pardu: Osini, Ulassai, fino al capolinea Ierzu, smantellato nel 1956.
Chi di noi ha proseguito il viaggio, attraverso l’oscura foresta di Baccu Nieddu e diverse altre gallerie, è giunto al secondo appuntamento con il Flumendosa, vicino alla stazione di Villagrande e al Lago Alto del fiume.
Da questo punto la linea procede per alcuni Km parallela al  Flumendosa, che  in questo suo tratto iniziale viene anche chiamato Rio Siccaderba, fino a raggiungere la stazione di Arzana, in una piccola piana tra i rigogliosi orti che gli abitanti di questo paese, posto alcuni Km più a valle, coltivano scrupolosamente. Alle nostre spalle si stagliava netta la sagoma di P.ta La Marmora , cima del Gennargentu nonché tetto della Sardegna a 1834 metri.
Innanzi a noi invece, ecco in lontananza il mare e lo splendido, spazioso panorama sulla costa ogliastrina.
Con lo sguardo risaliamo il corso del torrente di Siccaderba fino alla zona delle sue sorgenti, poste a 1000 metri di quota, tra le montagne in territorio di Lanusei.
Ed è dopo aver lambito il verde intricato della foresta di Selene e aver superato il lacciolo di Pitzu'e Cuccu, dove la linea passa sotto se stessa scendendo repentinamente di quota con un andamento elicoidale, che si arriva alla stazione di questo paese.
La stazione di Lanusei , in posizione sottostante e periferica rispetto all’abitato, è una delle più importanti e pittoresche di tutta la linea.
In posizione baricentrica nella regione dell'Ogliastra, uno dei centri più importanti dell'area nonché sede vescovile, Lanusei è disposto tra campi coltivati e boschi, con uno sconfinato panorama sui monti e sul mare. Interessante è il Museo Diocesano con reperti storici rinvenuti nella zona, dove la civiltà nuragica ha lasciato molte tracce, in particolare nella zona del Bosco Selene.
Ancora in discesa per alcuni km e si raggiunge Elini con la sua graziosa stazioncina in pietra nel centro del paese.
Grazioso paese, sospeso a metà strada tra montagna e mare, che rappresenta come lo spartiacque tra la regione interna e quella costiera dell'Ogliastra, Elini è posto in posizione panoramica, circondato da oliveti e vigneti; superato Elini, si procede ancora in discesa tra le colline e poi attraverso la pianura fino a Tortolì, vivace ed importante cittadina e centro più popoloso dell'Ogliastra. Nel suo territorio, redento dalla bonifica a metà del secolo scorso, è diffusa la coltivazione di frutteti, orti e vigneti. Vi è poi un pescosissimo stagno presso il quale è posto il castello di Medusa, costruito nel medioevo dai Giudici di Cagliari.
La cittadina ha due stazioni: la prima nell'abitato principale, la seconda, che è anche capolinea della ferrovia e che si raggiunge dopo ancora pochi km, sta invece nel porto di Arbatax, tra le barche dei pescatori nella Cala dei Genovesi, proprio di fronte alle famose Rocce Rosse.

-“Quale è lo scopo della Tua esistenza?” insistetti.
-“Offrire tutto me stesso ed i frutti della mia esistenza a Dio perché la sua saggezza ne possa disporre per l'uso più appropriato” fu la sua risposta.

(fine)


Sogni d'oro

Scritto da: admin in viaggio in Italiaracconti on

 

 

 

SOGNI d'ORO

(prima parte)

di  Simone Ferrelli 

C'era una volta un chicco di grano che voleva diventare pane ma non sapeva che la sua vita sarebbe stata un lunghissimo e duro viaggio attraverso un'isola incantata e gli usi delle genti che la abitavano sin da tempi remotissimi...

Sogni d'Oro...

Mi capitava spesso, da bambino, di recarmi con mio padre ed i miei tre fratelli più grandi, da Lanusei a Gairo, un paese vicino, per rifornirci di farina in un mulino gestito da una anziana signora di nome Licia.
Ricordo che una delle cose che non tralasciavo mai di fare mentre mio padre caricava i sacchi da portare via, era mangiare un po' di grano appena lavato e non ancora macinato! Se poi qualcuno dei miei fratelli non era venuto con noi al mulino perché magari doveva studiare, io, un po' furtivamente, mettevo in tasca una manciata del dorato cereale anche per lui.
Capitò che, una fredda e stellata sera d'inverno, ci recammo al mulino ed io rimasi affascinato da un enorme e silenzioso mucchio di grano. Chiesi alla Signora Licia il motivo del silenzio di quella infinita moltitudine di chicchi;
-"chiedilo al grano..." rispose lei un po' sbrigativamente, indaffarata com'era.
Tornammo dal mulino che era tardi, perlomeno era già tardi per un bambino come me, ma questa inconsuetudine mi eccitava un po'...ero stanco ma felice! Dopo che mia madre mi servì amorevolmente la cena, non tardai ad addormentarmi... non prima, però, di aver svuotato sulla scrivania dei miei fratelli la manciata di grano che avevo in tasca per loro!
Dormii profondamente e sognai...sognai... sognai che avevo un chicco di grano sul palmo della mano e, con la spontaneità che solo un bambino può avere, gli domandai:
-"Chicco di Grano perché tu ed i tuoi fratellini siete così silenziosi?"
-"noi non siamo silenziosi... siamo discreti!" fu la risposta.
-"Cosa vuol dire essere discreti?"
-"significa possedere la discrezione... che è virtù antica"- mi rispose il chicco di grano - "nonostante spesso chi la coltiva lo fa più per prudenza che per buone maniere, essa finisce sempre per appartenere a queste ultime. Chi è discreto conosce la forza assicurata dal rispetto del limite, e la caducità dell'energia dello scoppio, del dilagare, del non contenersi"-. (La discrezione. Elogio del silenzio (e dell'ascolto) di Claudio Risé, da Liberal , N. 31, agosto-settembre 2005)
Ero troppo piccolo per carpire il pieno significato di quella risposta, solo crescendo essa mi sarebbe stata un po' più chiara...ma imparai comunque che il grano era discreto.
-"Chicco di Grano perché sei così discreto?"
-"Perché vivo nella luce dello scopo della mia esistenza."
Parlavo con un chicco di grano! Forse mi rispose perché mi vedeva piccolo come lui o semplicemente perché si trattava di un sogno, in ogni caso il suo parlare stupì il bambino che ero, meno del silenzio del mucchio...
-" mmmh...Qual è lo scopo della tua esistenza?"- lo incalzai.
-" Ti racconterò la mia storia..."- fu la risposta.
Così il racconto iniziò:
- " Io ed i miei fratelli veniamo dalle pianure del Campidano, dalle colline della Trexenta e del Sarcidano, dove indora il grano che i sardi alimenta. Seminati in autunno da mani esperte, nella terra appena arata da forti braccia, abbiamo, con grande sforzo, messo radici..."
-"Chicco di grano, da cosa deriva la tua forza?"
-"dall'amore verso la vita e dall'unione con i miei simili"; e proseguì il racconto: "... in cerca della luce siamo cresciuti lentamente; abbiamo aspettato pazienti la fine dell'inverno e resistendo al freddo siamo diventati ogni giorno più forti. Ci siamo spinti sempre più verso il cielo, resistendo, tutti uniti, al vento con i nostri steli sottili...per poi finalmente liberare in alto la spiga che i baci del sole hanno trasformato in oro...
-"Da dove provengono la tua pazienza e la tua costanza?"
-"Dal desiderio di compiere lo scopo per cui sono stato creato."
-"Quale è lo scopo della Tua esistenza?" chiesi io nuovamente.
lui proseguì: "...Nutrito dalla Madre Terra, dissetato dalla Pioggia... cullato dal Vento, cresciuto nel calore del Sole... Così sono divenuto frutto!"
- e come siete arrivati sin qui?
- con il trenino a vapore che ormai da più di 100 anni porta dal campidano all'ogliastra.
79 km da Cagliari a Mandas, durante i quali siamo aumentati di numero incontrando tantissimi altri chicchi di grano e poi ancora 159 km dalla stazione di Mandas fino a quella di Arbatax, nel molo sul mare, dove arrivano quelli tra di noi che fanno il viaggio più lungo.

-era bello il viaggio? Sai chicco di grano che io quando sento il fischio del trenino corro sempre per vederlo passare...

- è un viaggio attraverso il cuore dell'isola...un cuore contenuto in uno scrigno che va oltre le spiagge ed il mare.

Anche grazie al treno, David Herbert Lawrence, autore del celebre romanzo " L'amante di Lady Chatterley", si accorse di questo, quando, nell'inverno del 1921 intraprese un viaggio in Sardegna in compagnia della sua inseparabile moglie Frieda.
Nel suo diario di viaggio"Mare e Sardegna" scrisse che:
"La Sardegna è un'altra cosa: più ampia, molto più consueta, nient'affatto irregolare, ma che si perde in lontananza. Catene di colline simili alla brughiera, irrilevanti, che corrono via, forse verso un gruppetto di cime drammatiche a sud-ovest. Questo dà una sensazione di spazio che tanto manca in Italia. Incantevole spazio intorno a un individuo, e distanze da viaggiare, nulla di finito, niente di definitivo. È come la libertà stessa..." .

Siamo partiti da Mandas, la cui stazione è la più grossa del compartimento sud delle Ferrovie della Sardegna.
C'è un grande piazzale, un capiente deposito e un fabbricato per i viaggiatori, nel quale negli anni venti alloggiò D.H. Lawrence.
Mandas ha avuto un glorioso passato, in epoca spagnola fu sede di un Ducato (1614) che riuniva sotto lo stesso feudo un insieme di territori senza continuità territoriale che si estendevano anche in Barbagia e in Gallura.
Nella parte più antica del paese, si trova l'antico convento di San Francesco e la chiesa di San Giacomo del XVI secolo, con sull'altare maggiore le belle statue lignee di San Gioacchino e Sant'Anna (secolo XV) .
Il paesaggio nella prima parte del viaggio è collinare, il treno gira e rigira senza fissi punti di riferimento.
Ed ecco, la prima stazione, quella di Orroli, disposto in bella posizione ai piedi del monte Pizziogu e circondato da imponenti roverelle secolari... pensa che nel territorio circostante sono rappresentati tutti i terreni sedimentari ed eruttivi dell'isola ed è eccezionale la ricchezza archeologica, con numerose domus de janas e oltre 40 nuraghi, tra cui l'imponente nuraghe Arrubiu, l'unico penta lobato. Poco dopo si arriva alla stazione di Nurri, disposto a poca distanza in posizione dominante su un altopiano. Nel suo territorio si trovano le domus de janas di Su Monti e di Is Fundalis , molti nuraghi (Is Cangialis, Corongiu Maria, Gurti Acqua) e le importanti rovine dell'antica città romana di Biora, da cui è venuto alla luce materiale dei vari tempi imperiali.
Il treno, poi, si tuffa nel vallone di Garullo, e raggiunge la stazione di Villanovatulo, isolata e graziosa, ad alcuni km dal paese. Qui lo scenario cambia repentinamente: ecco il Lago del Flumendosa che viene attraversato su un lungo ponte parallelo alla strada carrabile. Avevamo lasciato il Sarcidano e ci stavamo addentrando nella Barbagia di Seulo. Il treno si inerpica su un versante, lasciando ai viaggiatori splendide inquadrature del sottostante lago per tutta la lunga salita. Poi, incastonata tra due gallerie, ecco la casa cantoniera di Palarana (n°73), questa un tempo era detta "di punizione" perchè destinata ai cantonieri un po' meno disciplinati. Superato un terrazzo belvedere dal quale si apre un altro suggestivo angolo panoramico sulla vallata sottostante, si arriva, poco dopo, alla graziosa fermata di Betilli, assaggio d'ambiente montano in mezzo al verde e di fronte alla mole del Monte Santa Vittoria, antico luogo di culto di epoca nuragica, posto in territorio di Esterzili, di cui è possibile raggiungere la stazione solo dopo un insolito giro, necessario per superare la forte pendenza. Ecco che il paesaggio cambia nuovamente: il treno procede attraverso la rada vegetazione dell'altopiano di Sadali, fino alla stazione che questo paese condivide con Seulo. A Sadali vi sono abbondanti fonti le cui acque alimentarono per diversi secoli alcuni antichi mulini. Caratteristico e ben conservato è il centro storico, con la cascata e la chiesa parrocchiale (sotto la chiesa sono state trovate sepolture e antiche tracce romane), entrambe intitolate a San Valentino. Seulo invece dista alcuni chilometri dalla stazione ed è circondato da una splendida corona di monti, tra cui il più importante ed alto è il Perdedu (m 1.334). Seulo rappresenta un tipico centro montano; paese di remote origini dà il nome alla regione più meridionale delle Barbagie.

(continua)


Questo video di grande freschezza è stato realizzato da Silvia Casu.

E' un bellissimo Racconto per immagini che mette insieme una storia d'amore, un viaggio e una strada...


Buona visione.

 


La sorella del prete

Scritto da: upthehill in Nessuna Categoria  on

"Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell'anno 1628, don Abbondio, curato d'una delle terre accennate di sopra: il nome di questa, né il casato del personaggio, non si trovan nel manoscritto, né a questo luogo né altrove. Diceva tranquillamente il suo ufizio, e talvolta, tra un salmo e l'altro, chiudeva il breviario, tenendovi dentro, per segno, l'indice della mano destra, e, messa poi questa nell'altra dietro la schiena, proseguiva il suo cammino, guardando a terra, e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano inciampo nel sentiero: poi alzava il viso, e, girati oziosamente gli occhi all'intorno, li fissava alla parte d'un monte, dove la luce del sole già scomparso, scappando per i fessi del monte opposto, si dipingeva qua e là sui massi sporgenti, come a larghe e inuguali pezze di porpora..." (Alessandro Manzoni, "I promessi sposi").

Stava di casa, il don Abbondio di cui non ti parlerò, in una frazione di una frazione, in fondo ad una valle dell'entroterra ligure. Scofera e Boasi le due località più vicine. La strada provinciale passa in alto, e uno sterrato di circa tre chilometri porta alla piazza della chiesa, dove terminava improvvisamente, una curva, la chiesa e la piazza. Sterrato che ad ogni votazione veniva asfaltato per circa 200-300 metri, a spese del candidato di turno che desiderava approvvigionarsi di voti. Così, nel volgere di circa 20 anni, l'asfalto deve essere arrivato alla chiesa, anche se io non l'ho mai visto.

Paese di vecchi, in cui passavo un mese estivo ogni anno da mia nonna Caterina, con il suo compagno Pietro. Non un bambino, pochissimi giovani che tornavano unicamente il fine settimana da Genova, e non tutti i fine settimana. L'acqua da prendere alla fontana del paese, distante, troppo distante per mia nonna, che partiva con due secchie da 10 litri, faceva il pieno, e rientrava, ingobbita sotto il peso. Galline e conigli, dialetto ligure che spesso non capivo, ma di cui prendevo la cadenza e l'accento, e che mi portavo a casa come ricordo del frinire dei grilli durante il pisolino pomeridiano estivo.

L'auto, non l'aveva nessuno: si saliva alla provinciale lungo un sentiero, poi, se si doveva andare ad uno dei due paesi vicini, o a piedi, o nella migliore delle ipotesi con la corriera, se c'erano i soldi per pagarla. La televisione, solo l'osteria, ed una famiglia ricca, dalla quale il sabato andavamo a vedere "Carosello", quattro chiacchiere, poi si rientrava per i campi al buio. Il telefono, allo spaccio del paese, uno, e bisognava chiamare due volte: la prima per chiedere alla bottegaia di andare a chiamare mia nonna, la seconda per poter parlare con lei.

Lo spiazzo davanti alla chiesa, luogo di ritrovo serale, le donne sedute da una parte, gli uomini dall'altra, esattamente come in chiesa. Dove, quando potevo, durante la messa, mi ritiravo nella cantoria con Pietro, dietro l'altare. Si poteva stare seduti durante tutta la funzione, senza dover rispettare il protocollo di "in piedi", "seduti", "in piedi", "in ginocchio". Il prete, uomo misterioso, lo si vedeva unicamente durante le funzioni. Non aveva altre comunità da gestire, gli sarebbero mancati i mezzi per spostarsi. Tristo, non sembrava vivere bene il suo sacerdozio: probabilmente non si attendeva di finire a dire due messe al giorno in un villaggio di anziani, dove l'unico ufficio che non fosse la messa mattutina e serale erano i funerali: non un battesimo, non un matrimonio. Il suo apostolato iniziava con la campanella, e terminava con il "Ite, missa est". Probabilmente sognava orizzonti di gloria, e forse anche il martirio, tra infedeli feroci, o popolose missioni piene di vita. Non ho mai saputo se sia finito li per imperizia propria, per errori commessi, o semplicemente perché era un vero don Abbondio anche lui, "vaso di cocci tra vasi di ferro".

Era consuetudine in quei tempi (e ti sto parlando degli anni '60) che il prete avesse la perpetua, per gestire la canonica: doveva avere più di quarant'anni, non essere desiderabile, e possibilmente già sposata. A quarant'anni, allora, una donna era finita, non la desiderava più neanche il marito. Vita di campi e di stenti, di malattie e parti, succhiavano la linfa vitale, lasciando un guscio vuoto di gesti ripetuti ogni giorno. Ma ancora meglio, se il seminarista aveva una sorella, questa era destinata a fargli da perpetua, per evitare ogni e qualsiasi tentazione terrena e carnale. Ella doveva servire colui che serviva il Signore, rinunciando a tutto: matrimonio, studio, maternità, identità e vita. Non poteva sposarsi, e viveva nell'ombra, illuminata unicamente dal riflesso glorioso del servizio apostolico del fratello. Non le veniva chiesto se le conveniva: era così, e basta.

Il prete gradiva la mia presenza in quel lungo mese estivo: ogni tanto mi chiedeva di fargli da chierichetto alla domenica, portando così una "botta di vita" alla funzione completamente in latino. Ed essendo fanciullo, avevo accesso alla canonica, proibita invece agli abitanti del luogo.

La sorella del prete non usciva mai dalla canonica, se non che per andare oltre il sentiero, ove si trovava l'orto del curato. Era una donna probabilmente carina, sulla quarantina (più o meno come il prete), ma pallida e diafana, che quasi sembrava di poterle vedere attraverso. Il viso grazioso, ma le mani già rovinate dai lunghi lavaggi di erbe nell'acqua fredda, dal riattizzare il fuoco alla mattina, dalle fatiche dello scopettone e della spazzola da pavimento, per pulire la canonica e la chiesa, operazione che si faceva in ginocchio, e che vedevo spesso fare anche a mia nonna.

L'unico altro posto frequentato dalla sorella, era il lavatoio del villaggio, dove le donne si ritrovavano con lenzuola e sapone di Marsiglia, una volta al mese, per il bucato. Era tutto uno sbattere di panni, passare la spazzola insaponata, risciacquare, sbattere, ripassare con la spazzola, fintanto che il bianco tornava a splendere. Lei, troppo debole per queste operazioni da donne gagliarde, si faceva aiutare con vergogna dalle donne del posto. I suoi erano calli nuovi, calli recenti, di donna che aveva studiato, e non era nata in una famiglia contadina. Non so da dove venissero, lei ed il prete, ma quasi sicuramente erano cittadini. E il bucato, aveva imparato lì a farlo. Troppo anziana per i pochi giovani che saltuariamente venivano a casa, troppo, troppo giovane per gli anziani che abitavano questa grande casa di riposo, si consumava nei meriggi estivi seduta in canonica, stringendo le mani, come se ne potesse cavare qualcosa, qualcosa che la ricompensasse per tutto ciò a cui aveva dovuto rinunciare, senza scelta, senza santità.

I pomeriggio erano vuoti, nessuno con cui giocare, nessuno con cui parlare. Spazzavo le barzellette delle riviste "Stop" e "Famiglia Cristiana" raccolte durante l'anno da mia nonna (il loro destino era di venir utilizzate come carta da gabinetto) durante la prima settimana, poi, la noia. Ma già grandicello, e non essendoci pericoli di sorta in giro, a partire dagli otto-nove anni mia nonna mi lasciava andare in giro per il paese da solo, dov'ero conosciuto da tutti. In uno di questi pomeriggi, capitai davanti all'orto del prete proprio mentre la sorella si prendeva cura dello stesso, e rimirava quegli strani insetti che camminano sull'acqua. Mi vide, mi invitò ad entrare e bere un bicchiere di orzata, piacevole diversivo nell'attesa del gelato, uno, alla domenica pomeriggio presso l'osteria del paese, attendendo che Pietro finisse la partita di carte.

La canonica in penombra, fresca nella calura estiva.  Dopo avermi consegnato l'orzata, la donna si sedette sulla sua sedia, al centro dello stanzone. In quella luce velata, lei così diafana, era quasi invisibile. Cominciò a parlare, chiedendomi di dove abitavo, chi erano i miei genitori, di mia sorella, degli studi, se ero bravo a scuola. Felice di trovare qualcuno interessato a me, rispondevo con dovizia di particolari, cercando di far capire a quella donna di un paesino di forse 150 anime, che io vivevo in città, una città di 15'000 abitanti, col lago, le montagne, e tante cose da fare e da vedere. Lei, mentre parlavo, guardava fuori dallo stretto pertugio delle gelosie, da cui filtrava la poca luce che disegnava un balletto di polvere nell'aria.

Presi l'abitudine di andare ogni pomeriggio. Il prete, il fratello, non lo si vedeva mai. Mi diceva che era di sopra, a riposare, ma io sentivo rumori dal primo piano, e non ho mai scoperto cosa stesse facendo. Lei iniziò a mostrarmi alcuni suoi album fotografici, di quando era bambina, poi adolescente, e infine signorina. Poche foto, in bianco e nero, orlate e ricamate, che mostravano una giovane fanciulla con un grande sorriso. Di quel sorriso le era rimasta solo la bocca larga, che le attraversava il viso quasi da orecchio a orecchio. E mi faceva sedere sulle sue ginocchia, parlando e guardando. Profumava di buono, e anche i suoi capelli, così scomposti i primi giorni, sembravano avessero ritrovato vita ed ordine, ognuno quasi al suo posto, ma ancora ribelli.

Mi sfiorava le guance con le sue, e mi teneva stretto. Un poco infastidito, perché le sudavano le mani, ma troppo educato per dire qualcosa, Poi, ogni tanto, si assentava in un silenzio prolungato, lo sguardo perso, come se non percepisse più la mia presenza. Non osavo muovermi, e restavo sulle sue ginocchia, lei sulla sedia, al centro dello stanzone vuoto. E mi sembrava di vedere fantasmi passare nel suo sguardo.

L'ultima settimana le comunicai felice che domenica sarei rientrato a casa mia: la punizione estiva era terminata. Mi sembrò di vedere una lacrima nei suoi occhi, ma egocentrico come solo un ragazzino sa esserlo, non mi preoccupai, e non mi posi domande. Quel giorno, lei diventò ancora più gentile nei miei confronti, ed iniziò ad accarezzarmi, e non solo sul viso. Di pelle esposta ne avevo tanta, tra pantaloncini corti e canottiera. Non ero proprio felice della situazione, completamente nuova per me, ma mi fidavo. Mi stringeva forte, come se non mi volesse lasciar andare. E quando provi a tenere forte un ragazzino (o un gatto), è proprio il momento in cui gli viene voglia di scappare.

Venerdì, l'ultimo giorno (il sabato sarebbero arrivati i miei genitori), non sembrava più lei. Continuava a chiedermi "come farò senza di te", "Dio, non mi togliere anche questo", e altre frasi, così forti e importanti, e nello stesso per me incomprensibili, che mi impaurii. Appena potei, uscii, sentendola singhiozzare forte.

Non mi ha mai detto il suo nome. Per me, era "la sorella del prete", come per tutta la comunità. Non la rividi più. L'anno dopo mi dissero che era malata, molto malata, e ricordando quanto fosse diafana e pallida, la cosa non mi stupì. Venni poi a sapere, che la sua era una malattia da manicomio, dove era stata internata. Il prete non mi volle più, né in canonica, né come chierichetto. E poche estati dopo, mia nonna si rifiutò di farmi subire ulteriormente il supplizio estivo, dopo che io ne avevo fatto subire uno micidiale a lei, per noia, adolescenza e cattiveria.

Tanti anni dopo, quando ho iniziato a ricordarla nuovamente, mi sono reso conto che per quel mese, quel breve mese, per lei ero stato surrogato di figlio, amante, e compagno. Incapace di ribellarsi al destino tracciato da altri per lei, si era consumata nel fisico e nella mente, e mi aveva visto, lei probabilmente ancora bambina per le esperienze che non aveva mai fatto, come colui che avrebbe potuto riempire la sua vita. La ricordo come una farfalla, vissuta come bruco tanti anni, decenni, la sua metamorfosi finale l'ha portata all'ultima libertà, quella di immaginare, di vivere qualsiasi esperienza lei desiderasse, nella sua mente.

Oggi le sorelle non diventano più le perpetue dei loro fratelli, e non sono più costrette a imbozzolarsi appena ventenni, per servire una causa non scelta, non voluta, non desiderata, lasciando alle spalle promesse di vita e sogni da realizzare. Oggi le perpetue di quarant'anni sono delle belle signore, la stufa economica e il sole che picchia sui campi non chiedono più il pagamento di tributi alla bellezza. Ma io la ricordo ancora, seduta nella penombra, in mezzo allo stanzone vuoto, riempito dai suoi sogni impossibili. E mai una volta, ho sentito nella sua voce una nota di recriminazione nei confronti di coloro, e soprattutto suo fratello, che le hanno tolto la vita, ancora prima che questa iniziasse.


 

 

 (foto: veduta di Ceglie)

IL PASSATO RICOMINCIA DAL FUTURO

(terza parte)

di Teresa Santoro 

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La mamma di papà Rocco, profondamente devota al Santo tanto da battezzare suo figlio col suo nome, e immensamente legata al marito che pure portava il nome del Santo, volle fortemente che le nozze si svolgessero nella chiesa a Lui dedicata.
Lo sposo andava a prendere in calesse il compare, un suo fidato cugino, e la persona che aveva contribuito a far conoscere i futuri sposini, Lucia, una cugina di mamma Grazia che tanto amorevolmente aveva sostenuto i sentimenti dei due innamorati.
Per ultima, andava a prendere la sposa, che prima di uscire dalla sua casa tagliava simbolicamente un nastro tenuto teso da due amiche. Con tale gesto mamma Grazia tagliava il legame con la casa paterna, sotto la benevolenza di don Camillo e donna Rosa.
Teminato questo rito simbolico si andava in Chiesa, in carrozza o a piedi. Mamma Grazia descriveva alla figlia che per prima ad entrare era la sposa sottobraccio al compare, lo sposo, i genitori e a seguire gli invitati.
Terminato il sacro rito si porgevano gli auguri agli sposi e ai loro genitori, e si attendevano all'uscita della chiesa per lanciar loro grano, riso, mandorle e confetti in segno di buon auspicio.
Verso la sposa si lanciavano riso e grano come segno di fertilità.
Terminata la cerimonia si formava un corteo che si dirigeva alla casa della sposa, dove si sarebbe svolto il banchetto nuziale, al quale partecipavano, oltre che sposi e genitori, parenti e amici più intimi. Il ricevimento avvenne nell'accogliente casa in campagna di famiglia, in contrada Montevivoli, e nell'attesa che si prendesse posto a tavola, gli invitati bevevano rosolio e vino, mentre la sposa riposava seduta in una stanza, senza preoccuparsi dei preparativi, delegati a donne fidate.
La collina attualmente denominata contrada Montevicoli, fuori dalle mura della città, ospitava un altro esempio dello splendore messapico, un altro tempio, stavolta dedicato a Venere. Come l'altro tempio dedicato ad Apollo, anche questo pezzo della testimonianza del grande popolo messapico è andato distrutto, e purtroppo gli esempi non si esauriscono qui. Pensiamo infatti all'area dell'antica Acropoli, dove oggi insistono il Castello ducale e la Chiesa Collegiata edificata nel 1521 e ingrandita e imbarocchita nel 1786. Secondo rilevamenti di una ventina di anni fa, anche la basilica di Sant' Anna sorge sui resti di un antico tempio pagano, attribuito al culto di Giunone. D'altronde le testimonianze messapiche non sono rare, come dimostra l'ampia collezione di resti e reperti conservati nel museo archeologico.
Prima del banchetto, la suocera faceva indossare alla sposa degli orecchini e una collana molto vistosi. I tavoli venivano sistemati ad arte, facendo attenzione che quello degli sposi, dove sedevano anche genitori e compari, fosse rivolto verso la porta d'ingresso, mentre gli invitati si sistemavano su ampie tavolate.
Il menù nuziale era solitamente composto da maccarrune cu sughe russe, polpette di carne, arrosto di carne, coste di sedano, finocchi, lattughe , cicorie, frutta di stagione, ceci e fave abbrustolite, noci e mandorle, e naturalmente buon vino. Divertenti brindisi opera di improvvisati poeti facevano da cornice al pasto, mirati a decantare le buone qualità degli sposi. Mamma Grazia raccontava che terminato il pranzo, ci si intratteneva a chiacchierare o a fare due passi.

Zia Rosetta era stata risucchiata dai ricordi e non si rese conto che era arrivato il momento di andare in chiesa. Maria era pronta sull'uscio di casa, bellissima come lo era stata sua sorella 37 anni fa. Tappeto rosso, palloncini, nastri bianchi, flash, calca di conoscenti, invitati e vicini curiosi, applausi, raccomandazioni, deboli lacrime di commozione, battute e battutacce. Colpo di clacson, è arrivata la carrozza. Una decappotabile blu metallizzato guidata da uno chauffeur a pagamento, che conduce Maria alla chiesa di San Rocco.
Per strada appese ai semafori e su qualche muro Maria ha già intravisto le foto che ritraggono lei e Rocco in romantiche pose plastiche. Una semi-sorpresa a cura degli amici.
La chiesa è stra addobbata con fiori palloncini e nastri, e in due gabbiette ad aspettare gli sposi al termine della cerimonia, due colombe bianche, forzate a spiccare un volo ben augurante per gli sposi novelli. Escono gli sposi, vola il riso, gli abiti neri si macchiano di schizzi bianchi, applausi, foto di gruppo, parata di assordanti clacson, e in sordina stomaci brontolanti. E' l'una, gli sposi raggiungono il ristorante dopo circa due ore, dopo aver fatto il consueto servizio fotografico.
Ristorante a Ceglie. "Meno male" pensano in molti, è vicino così se si vuole alzare un po' il gomito.. Invitati tutti seduti, ingresso trionfale degli sposi. Inizia la guerra all'ultimo boccone
I primi: ‘Ciceri e tria' e ‘sagna penta col sugo di carne di cavallo' .
E poi i secondi: ‘braciole di cavallo' ‘Coniglio al forno' , ‘bombette fegatini e salsiccia' .
Sulla tavola non poteva mancare come contorno il sedano, l'insalata e i cocomarelli .
E prima della torta nuziale un antipasto di dolci, l'immancabile Biscotto Cegliese e qualche rosolio della casa per digerire.

Maria e Rocco sono chiamati al brindisi finale, lo fa Maria.
Maria ringrazia tutti i convenuti, e uno slancio d'amore è per sua zia Rosetta, che all'età di 15 anni ha dovuto lasciare gli studi per aiutare mamma Grazia e papà Rocco con la cantina. Grazie alla sua onestà e alle sue doti culinarie, ciò che le sembrava inizialmente una prigione di lavoro, si è trasformata in uno splendido ristorante, perla della gastronomia cegliese. E volgendo lo sguardo verso le ingiallite foto in bianco e nero dei nonni e dei bisnonni appese su una parete, un luccichio le si forma negli occhi, che subito incontrano quelli di zia Rosetta, immobile dietro l'uscio della cucina, con in mano la siringa della panna, che scherzosamente dice a Maria di sbrigarsi a tornare dal viaggio di nozze che il grembiule l'aspetta!
E Rocco tra se e sé pensa che quella chiocciolina fuori dalla porta se la sono proprio meritata, e crede già di sapere il titolo del suo prossimo articolo : "Storie d'amore in cucina: una passione che unisce tre generazioni di cuoche".
Ed era arrivato il momento della torta e delle bomboniere.

(fine) 


 

 

 (foto: Ceglie Messapica,  Torre dell'orologio)

IL PASSATO RICOMINCIA DAL FUTURO

(seconda parte)

di  Teresa Santoro

Le tavolate erano piene di pasta fatta in casa: stakkiod e makkarrun' frusciuddat', capretto arrosto, sedano e molto vino. E non mancavano i dolci: u kurrukl', a piddikedd, pecorelle e colombe di pasta reale, e ancora pani speciali raffiguranti pesci o altri animali, che lasciano intendere quali fossero gli ingredienti fondamentali dei dolci pasquali cegliesi, e cioè farina, uova e pasta di mandorle e altresì la simbologia del cibo. Uova, colomba, agnello erano infatti tutti simboli legati alla resurrezione, e alcuni dolci pasquali come a piddikedd' venivano scambiati in regalo.

In particolare era usanza che il fidanzato regalasse il cuore alla fidanzata, e da questa ricevesse in dono un cuore di pasta reale. E mamma Grazia e papà Rocco non disonorarono questa tradizione in quel lontano marzo del 1918, tre settimane dopo che Rocco aveva fatto ritorno dal fronte.

Grazia figlia di cantinieri, Rocco amante del buon vino e assiduo frequentatore della cantina di ‘Jamidd, così il soprannome di famiglia, a ‘ngiurj, apellativi che tutt'oggi si utilizzano per contraddistinguere le famiglie cegliesi. A Ceglie, se ti presenti ad uno sconosciuto, prima ancora di dire il proprio nome, devi rispondere alla rituale domanda "a ci si figghj?", e così, ricostruendo la storia della tua famiglia, acquisti leggitimità di cittadinanza cegliese. E quando l'interlocutore non afferra immediatamente la discendenza, via ad arrampicamenti su rami alti e bassi dell'albero genealogico. Spesso prende vita un colloquio divertente.

Insomma vuoi per la buona cucina, vuoi per la bella figlia di Jamidd, di lì a poco papà Rocco avrebbe espletato tutti i doveri di un buono ed onesto aspirante marito.

La cantina degli ‘Jamidd era in piazza Plebiscito, piazza principale della città, Al centro si trova la torre del Pubblico Orologio, innalzato nei primi anni del 1890. Donna Rosa ancora si ricordava quando nel 1879 durante la Rivoluzione Napoletana, fu innalzato l'Albero della Libertà da quattro paesani, trucidati dai Borboni.

Un tempo piazza di mercato ortofrutticolo e di bestiame, a chiazz aveva intatta la vocazione di luogo di incontro e di dibattiti tra gli uomini (donne a passeggio non se ne vedevano molte) verso l'imbrunire, dopo il lavoro e prima di cena.

E una sera si e una sera pure Rocco spendeva poche lire per mangiare alla cantina, tra rumorosi e panzuti giocatori di briscola e tresette, con certe gote rosse come il vino e le unghia rosse come la terra che coltivavano, e che non si lasciavano di certo scappare qualche parolaccia. Ma papà Rocco non appariva così rude. Beveva un bicchiere di vino e mangiava una capuzza, o una brasciola, o faf e fogghj, o qualsiasi cosa donna Rosa e la bella Grazia cucinavano. Era una buona forchetta, e ad ogni modo era talmente educato che non avrebbe mai rifiutato una pietanza.

Anche lui contadino, orfano di padre, morto prima che lui nascesse, ultimo di tre figli, era andato in guerra malvolentieri, lasciando la madre alle affettuose cure delle sorelle e dei fratelli maggiori. Al suo rientro dal fronte aveva gioito nel ritrovare l'amata madre in ottima forma, ma aveva versato lacrime di rabbia e impotenza nell'apprendere che suo fratello, il più piccolo, se l'era portato via una banale polmonite.

Così amava svagarsi, certo che la madre non fosse sola a casa, aveva preso ad andare addò Jamidd, ormai sempre più per piacere degli occhi che del palato.
Mamma Grazia raccontava spesso alla figlia Rosetta, avuta a trentanni, già tardi per l'epoca, che un tempo il fidanzamento consisteva in rigide consuetudini da rispettare rigorosamente per entrare nelle giuste grazie dei genitori, cui spettava l'ultima parola sulla fattibilità delle nozze.

Questo era la norma, ma molto spesso accadeva che i due fidanzatini si nni scinnevene , cioè scappassero dalle loro case, per un periodo variabile da una notte a diversi anni. Grazia e Rocco non ebbero bisogno di ricorrere a questa fuitina, perché i rispettivi genitori non ostacolarono il loro amore.

Mamma Grazia raccontava che sua madre, donna Rosa, prima del matrimonio, andava ad invitare i parenti più prossimi portando come regalo una gallina e una ‘guantiera di maccarrune o ricchijtedde fatte in casa. Questo perché chi fosse rimasto a casa il giorno delle nozze potesse mangiare e brindare alla salute degli sposi.

La cerimonia religiosa fu celebrata la mattina del lunedì santo del 1919 nella nuova chiesa di San Rocco, sulla cui costruzione si trovano numerose testimonianze scritte. Una fra tutte quella dello storico Rocco Antelmy che in un manoscritto dei primi del ‘900 descriveva il costruendo tempio:

" Ed è grande consolazione ed insieme un grande onore il vedere che in questi tristi tempi in cui la religione non si rispetta perché non si conosce, la nostra Ceglie ha dato altre prove del suo profondo sentimento religioso con opere stupende di religione. E la prima opera che noi contempliamo pieni di ammirazione è il nuovo tempio dedicato al nostro San Rocco. Esso è un nobilissimo monumento della fede e della carità dei nostri concittadni i quali spesero per esso la bella somma di circa 300 mila lire. Questo grandioso tempio è a croce latina, e di stile composito; ha ben 11 altari e tutti di marmo; e l'altare superiore, bello per disegno, per esecuzioni e per marmi vari ed eletti è un mio povero dono a San Rocco. Il maestoso tempio, ricco adesso di statue e di pitture, poggia sopra un alto colle, proprio nello stesso sito dov'era l'antica chiesina di già abbattuta".

Come scrive un altro importante storico, a noi contemporaneo, il prof. Gaetano Scatigna Minghetti in una sua opera: "esisteva in precedenza una cappella che, secondo qualche autore, doveva trattarsi del vecchio tempio dedicato al dio Apollo ed in seguito consacratao al culto cristiano allorchè venne promulgato l' editto di Costantino del 313 d.C. Questa tesi peraltro risulta avvalorata dal fatto che, quando la cappella venne demolita, dopo essere rimasta inglobata nel nuovo edificio in costruzione, vi fu rinvenuta, incastrata nei muri, una statuetta argentea di Esculapio, denominato Asclepio, il dio della medicina degli antichi greci e latini, il quale, secondo la mitologia classica, era considerato come figlio di Apollo. Statua che scomparve quasi immediatamente e di cui si ignora ogni ulteriore vicenda".

E ancora l'Antelmy scrive : "Oh, com'è bello e pittoresco vederlo quando sorge o quando tramonta il sole. Questo illuminando coi suoi raggi la sua slanciata cupola coperta di mattoni colorati produce uno scintillio di luci e di colori di magico effetto. Pare che dal suo tempio San Rocco slanci continuamente raggi di protezione e di amore verso la sua diletta Ceglie che gli ha innalzato un tempio cotanto bello".

Da testimonianza inoltre di don Oronzo Elia, parroco cegliese presso la Chiesa di San Rocco dal 1945 al 1965, "la storia della costruzione della chiesa di San Rocco, è storia del popolo cegliese, della sua generosità della sua tipicità del suo essere "povero di spirito" ma ricco di intraprendenza e di spirito di iniziativa. E' la storia di un popolo che si sentiva tale nella partecipazione corale alla costruenda chiesa. Un vero popolo di formiche si incamminava su quel colle, portando chi pietra chi calce chi legno, chi ferro; un popolo di formiche impegnato in un opera colossale e temeraria per l' ideazione e faticosa nella costruzione. Un popolo di formiche che costruiva un faro, alto, il più alto affinchè fosse da guida al ritorno greve e faticoso dalla campagna".

Il culto del Santo di Montpellier a Ceglie Messapica comunque precedette di almeno un secolo la costruzione del tempio ad esso dedicato. Si documenta infatti con atto notarile del 16 agosto 1703, l'istituzione delle festività in onore del Santo, che ancora tutt'oggi si svolgono il 16 di agosto, data che segna ancora un rito antico ma sempre attuale della gente cegliese: l'abbandono dell'assolato paese, per il ritrovo sereno nella fresca campagna del contado vicino. Essa è lo spartiacque che segna l'inizio della villeggiatura per i cegliesi, e il ritorno alla straniera casa per gli emigrati.

(continua) 


 

 (foto: Ceglie, Centro storico)

Riceviamo e pubblichiamo la prima parte di questo racconto, davvero ben scritto, di Teresa Santoro, dove si mescolano il paese  di Ceglie, un matrimonio, cronache familiari e la Puglia narrata da Piovene...

 

IL PASSATO RICOMINCIA DAL FUTURO

di Teresa Santoro

Una fragorosa risata rimbombò per tutta la casa, e poi di nuovo un vociare fitto e acuto. Sei donne in una stanza potevano produrre ultrasuoni. Maria era seduta con le mani di Anna la parrucchiera in testa, la cugina Teresa non la smetteva di fare fotografie e video, Giovanna la prendeva in giro sul fatto che tanto ormai era arrivata nubile ai 37 anni, e non capiva che bisogno ci fosse di sposarsi ora. Mangiavano qualche tarallino per saziare i primi morsi della fame, erano solo le 10 di mattina ma sembrava che già mezza giornata fosse trascorsa. I preparativi di una sposa iniziano all'alba. I preparativi di una sposa di Ceglie Messapica prima.


E ad un angolo vicino al balcone, seduta su una sedia di velluto a fumare la terza sigaretta della mattina c'era la Zia Rosetta. La zia che aveva fatto da madre a Maria dopo che la sua vera madre, sua sorella Vittoria, aveva deciso di separarsi dal marito, ma anche da Ceglie e dalla figlia, lasciandola troppo frettolosamente e senza molte spiegazioni quando si stava scoprendo donna.

Difficile mantenere la privacy, concetto da sempre e comunque troppo moderno in una Ceglie vecchia ancora troppo antica, regolata ancora da stretti e arcaici meccanismi di vicinato, dove le pareti imbiancate a calce sembrano riflettere e amplificare i fatti propri, e proiettarli come fossero film di tante trame quante sono le orecchie che le stanno a sentire. Che la zia Rosetta fosse stata veramente o no l'amante di suo padre a Maria non importava, o comunque non importava più. Da tempo era una donna, e certe cose le capiva.

Il trucco e il parrucco erano apposto, il fotografo poteva iniziare a girare il filmino.


Intanto zia Rosetta ultimava i preparativi. Lei era la zia esperta in riti e superstizioni, non una fattucchiera, ma poco ci mancava. Non molto istruita, si era fermata al secondo anno dell'istituto magistrale, ma colta quanto basta per non apparir stolta.

Le aveva fatto meraviglia leggere tra le pagine del Piovene di Pepp di sierr, alla storia Giuseppe Argentieri, il più grande tra i maghi vissuto in tempi recenti da queste parti, aveva scritto Guido Piovene nel suo "Viaggio in Italia", e ancora ricordava di aver letto nel libro:

"La Puglia, forse perché la più orientale delle nostre regioni, conserva le credenze magiche più delle altre, e le indirizza secondo le occasioni verso il sacro o verso il profano. Il magico è accettato come fatto normale, si mescola al razionale, si alterna ad esso senza contraddizione. Giuseppe Argentieri, detto Giuseppe di Sierre, ..... guaritore e indovino, uomo di grande rettitudine secondo il pubblico giudizio, disinteressato e prudente. La ressa dei suoi fedeli era tale che si dovette istituire una fermata apposita della ferrovia. Ho parlato di lui in un trullo abitato da un vecchio contadino,...vi entra il buon odore dei campi ricchi di aromi.... Molti anni fa, quando era giovane, mi narra il vecchio contadino, sua moglie fu presa da dolori acuti. Il chirurgo dell'ospedale diagnosticò appendicite e volle operarla d'urgenza. Il marito con un pretesto differì l'operazione di un giorno e corse a consultare il buon mago. Lo trovò sulla soglia. "Inutile che tu parli" gli disse "so perché sei qui. Tua moglie non ha l'appendicite e il chirurgo è una bestia. Se sarà operata morrà. Portala invece a casa, e mettile un impacco di ricotta e mele cotogne". Il marito rapì la moglie dall'ospedale, fece l'impacco e la guarì. La miracolata del mago, anch'essa divenuta vecchia, ascolta il racconto e lo conferma. "

 E ancora il Piovene scriveva "L'impressione di sfarzo della terra ... per cui spesso la Puglia sembra ricchissima, e non è...La Puglia ospita un'immensa mescolanza di razze. Vi è il sangue normanno e svevo, per cui i pugliesi spesso sono biondi, di pelle chiara, nordici anche nel carattere; villaggi in cui si parla il greco antico; altri albanesi ed altri in cui risuonano persino parole francesi, eredità dei provenzali portativi dagli Angioni. Nessuna tradizione è perciò molto ferma, e ... la Puglia è forse la regione del sud in cui le tradizioni svaniscono in modo più rapido ... La grande mescolanza non genera colore locale, ma piuttosto il neutro e l'amorfo; ed invece sviluppa la civiltà, l'intelligenza, l'astuzia, che sono doti dei pugliesi".


Ricordava queste righe, e avvertiva nel petto sobbalzi di ammirata devozione verso la sua terra, razionale e magica, come la definiva lo scrittore vicentino.


Pensava che i venti di modernità non avevano spazzato via le credenze popolari, e lo pensava abbozzando un sorriso nostalgico che le faceva sollevare goffamente le pallide guance di un viso ottantenne privo di tonicità, mentre riempiva sacchettini ricamati contenenti riso, da lanciare quando gli sposi fossero usciti dalla Chiesa. E le venivano in mente scene d'altri tempi che non aveva vissuto fisicamente, ma che i racconti della madre avevano dipinto così vividi nella sua memoria, che a zia Rosetta pareva averle vissute veramente ... tanto da commuoversi nel ricordarle.


E ricordò che mamma Grazia si era sposata il lunedì di Pasquetta del 1919, a 17 anni, dopo un anno esatto di fidanzamento con papà Rocco. Il fidanzamento tra Grazia e Rocco avvenne proprio durante la scorcilaiov, scampagnata rituale del lunedì santo che il popolo cegliese festeggia da tempi immemorabili. Allora il Paese si svuotava, e ancora oggi è difficile trovare esercizi aperti in questa giornata.

(continua)


Una Correggio tra le carte III

Scritto da: admin in raccontimappe on

 

 

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Per arrivare a Pier Vittorio Tondelli, invece, si dovette aspettare almeno
le scuole superiori, quando una devotissima professoressa di italiano del Liceo tirò fuori tutto un discorso strano e pieno di raccomandazioni su Altri libertini che si vedeva lontano un miglio che lo faceva solo perché, in qualche modo, era costretta.  Naturalmente ottenne il preciso effetto di creare una sorta di leggenda intorno a quel "libro proibito".

E allora da lì, pian piano, qualcuno iniziò a interessarsi della faccenda, per scoprire che il paese è pieno di persone che hanno conosciuto l'autore, e alcuni sono anche quelli dei Biglietti agli amici, e le strade e i posti descritti in numerosi brani stanno ancora lì, dalle parti del monumento ad Antonio Allegri (sempre lì si va a parare).

C'è gente che arriva a Correggio solo per lui e va a finire fino alla frazione di Canolo, al cimitero, per portargli un saluto.  Ogni anno a Correggio si organizza anche un convegno tondelliano,  a dicembre, quando fuori fa freddo:  arriva gente, si consegnano premi, ci si confronta e si studia, con un po' di magone in gola per il fatto che tutti, dal curatore testamentario in giù, sanno per certo che non leggeranno mai più nulla di nuovo di Pier VittorioTondelli.

Nella semplice constatazione di tutto questo, però, non c'è mica amarezza. Semmai c'è invece consolazione. Già, proprio il caro vecchio (religioso) termine consolazione, nel vedere quanto e fino a che punto le parole scritte a suo tempo da Pier Vittorio Tondelli parlino alla contemporaneità
e quanto l'italica letteratura debba una parte importante delle proprie fortune alle intuizioni e alle sponsorizzazioni di un uomo forse più generoso con gli altri che con se stesso.

Comunque, giusto per inciso, quando si vuole legare Tondelli a Correggio, si passa subito a declamare. Il paese è un piccolo borgo, e poi giù, fino alla descrizione per filo e per segno della folkloristica processione del Venerdì Santo, che arrivano fino dall'Australia per vederla:

"Il paese è un piccolo borgo della bassa padana, con i portici, l'acciottolato sul corso principale, la basilica dedicata al patrono, il palazzo rinascimentale, le torri, i campanili, la rocca, le vecchie case ottocentesche del centro, alcuni
palazzi del Settecento, la struttura urbana rimasta intatta e raccolta attorno al circolo delle vecchie e scomparse mura (...). Si avvicina la settimana santa. Così come per le feste di Natale e fine d'anno, per quelle dei morti e di Ognissanti, e anche per ogni domenica qualunque, il paese si appresta a vivere l'evento in modo collettivo. In ogni casa, in ogni famiglia, al di là delle piccole differenze sociali o culturali, tutti si apprestano a fare le stesse cose. Il succedersi delle stagioni è cadenzato dalle operazioni della vendemmia, dalla potatura di gennaio, dall'imbottigliamento del vino nuovo, dai raccolti estivi di granoturco o barbabietole. Il mese di ottobre i carri colmi di grappoli d'uva intasano le vie di accesso al paese.  Si formano lunghe colonne di autoveicoli. Nessuno suona il clacson e i contadini, dall'alto dei loro trattori, si improvvisano vigili urbani segnalando la possibilità di sorpasso, di deviazione, di accostamento. E sotto i portici, nei bar, ai tavole del caffè tutti si chiedono, anche il professore, il commercialista, l'operaio se la gradazione del vino, quest'anno, sarà migliore o peggiore."

(Pier Vittorio Tondelli,  Camere separate)

Dunque, alla fine, per farla breve: Antonio Allegri, detto "Il Correggio", è un passato glorioso fattosi articolo determinativo; Luciano Ligabue è invece il presente che declina nelle sue varie forme artistiche la poetica del borgo; con Pier Vittorio Tondelli, invece, emerge in tutta la sua evidenza l'irrisolvibile dilemma di Correggio, amante sonnacchiosa e seducente, il dualismo tra
la "Correggio reale" e la "Correggio immaginaria": un posto da cui fuggire a gambe levate, ma di cui, allo stesso medesimo tempo, non è possibile fare a meno.

Terribile. Ma è così.
Questa, pertanto, è la piccola trinità correggese: Antonio Allegri, detto "Il Correggio", il cantante Luciano Ligabue e Pier Vittorio Tondelli. In comune non hanno proprio nulla, se non la particolare collocazione geografica della loro nascita. Nonostante quello che (qualcuno) si diverte a sostenere,
non c'è aria, non c'è acqua, non c'è assolutamente niente di straordinario da queste parti, o, almeno, niente da poter giustificare una produzione del genere.

Eppure.

"È come se il lastricato gli trasferisse (al cantante, ndr.), un piede dopo l'altro, la garanzia di una solidità speciale. E, un piede dopo l'altro, il passaggio sotto una lapide ai caduti della Resistenza gli apre un altro file di pensieri. Non
è casuale che al richiamo per la difesa di alcuni valori base, in tanti del borgo risposero "presente", pena la propria vita. Sente che molti scelsero di uccidere o di esporsi a essere uccisi, non solo per libertà e diritti e idee ma anche, e forse soprattutto, per la difesa della propria gioia di vivere.

Decisero che la vita era così o niente. Da questa prospettiva gli sembra che allora tutto il borgo potrebbe essere un enorme monumento alla Resistenza per la propria solida, magnifica spensieratezza. Gli piace anche l'idea che, come in ogni monumento che si rispetti, se ne stia lì tutto intero  campeggiando a spruzzare ogni tanto la memoria di un'esperienza storica troppo importante e unica da consentire l'ipotesi che possa mai venire dimenticata."

(Luciano Ligabue,  Fuori e dentro il borgo)


Allora mettiamola così: forse il segreto di Correggio è tutto in un gioco di prospettiva, come appunto nelle cupole affrescate a Parma dall'Allegri, con una prospettiva che inganna e fa apparire piccole cose che in realtà non lo sono affatto.
È per questo che, in definitiva, anche in un piccolo paese possono nascere persone capaci di raccontare cose che valgono per tutto il resto del mondo. A volte senza nemmeno che il borgo se ne renda conto fino in fondo.
Basta solo che si abbia la voglia e il coraggio di farlo.

Correggio, Emilia, 2009: alcuni dicono che dovremmo essere nel cuore produttivo dell'Emilia operosa.

Correggio, Emilia, 2009: siamo invece nel cuore di qualcosa che, presentando le vestigia della propria particolare storia cittadina, racconta, in realtà, un pezzo della storia di ognuno di noi.

Correggio, Emilia, 2009: l'epopea collettiva della nostra "Correggio immaginaria".

 

(fine)


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